giovedì 7 dicembre 2006

Francesismi

Fa veramente tenerezza ascoltare Sergio Leone parlare in lingua francese, tenerezza che si trasforma in dolcezza e rispetto, sesso e sogno, eccitazione e tachicardia quando a farlo sono le labbra del mio ideale di donna, in assoluto: “Double C” direbbe Flavio Tranquillo, io invece mi ostino a chiamare le cose col loro nome, Claudia Cardinale. La superiorità. Molti di voi sanno quanto mi dia fastidio il francese sulla bocca della maggior parte delle persone, ma qui è diverso, e attenzione, tutto ciò esula dalla bellezza oggettiva della donna stessa, con Monica Bellucci non provo la stessa emozione, anzi, preferisco stia zitta. Penso sia d’accordo anche Vincent Cassel, se solo potesse dirlo in pubblico.
I western di Sergio Leone (documentario di Philip Priestley), visto ieri sera per la seconda volta con la consueta pelle d’oca. Se solo amate un pochino il dispositivo cinematografico, vi prego, provvedete.
Aneddoti, ricordi e rughe. E poi le musiche (“la voce narrante dei miei film”) del compagno di scuola Morricone, quelle arie che ti alzano qualche metro da terra, le note che accompagnano il magistrale piano-sequenza di presentazione di Jill McBain (CC per l’appunto) in C’era una volta il west, dallo spettacolare viso a far capolino dal vagone fino al totale sulla ferrovia in costruzione. La musica non finisce, si torna in studio dove il panciuto barbone Sergio non si fa alcun problema di pudore né riverenza, ancora con quel francese presuntuoso da carezze:
“John Ford aveva iniziato un percorso, io credo di averlo portato a termine”.
Titoli di coda. O giù il sipario, se preferite.

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