sabato 27 settembre 2008

La fotografia di Paolo Uomonuovo

Nel periodo di stage a Contrasto, anni fa, sul muro alla destra della mia postazione, c’era appesa – ma non mi dire – una fotografia, sotto vetro e con cornice nera, sui 70x100 cm. Non l’avevo mai vista.
Raffigurava una piccola platea di persone, principalmente uomini, sedute e con lo sguardo rivolto verso un probabile oratore.
Il ragazzo in primo piano era diverso da tutti gli altri. Innanzitutto era l’unico in maglietta, bianca come il calzino che si intravedeva soltanto perché poggiato sulla seduta della sedia di fronte, con magnifica strafottenza da bulletto della classe. Lo sguardo deciso, il bicipite lungo e tornito e il gomito spigoloso.
Quel tipo lì, mi son detto, o è diventato qualcuno che conosco oppure è morto per overdose qualche hanno dopo. La didascalia in basso, diceva più o meno così, buona la prima Cirè: ”Paul Newman shoted in a class at the Actor’s Studio."

Beh, la foto è questa qui (non sono riuscito a trovarne una con risoluzione migliore) e ogni volta che la vedo penso alla predestinazione, penso al destino, penso che in fondo quando si nasce, si nasce per fare qualcosa. Si nasce per donare. Si nasce con una capacità migliore di qualsiasi altra. Chissà la mia.

martedì 23 settembre 2008

Daje Ste'!

Ha aspettato il 5 settembre scorso per dircelo tramite il sintetizzatore, perché con la lingua atrofizzata non c’è altro modo per parlare, sussurrare e sentire quella voce che non sembra neanche più la tua.
Dopo averne annientati e uccisi molti altri, la Sla ha fatto breccia anche nel corpo che fu sgusciante di Stefano Borgonovo.
Sclerosi laterale amiotrofica, e qualcuno prima o poi mi dovrà spiegare perché le malattie in genere, quelle più subdole in particolare, abbiano questi nomi da supercazzola. Come le medicine.

“Al mattino prima di far colazione mi prende una pillola di Dimoxil 2g, poi una di Martinox a metà mattina. Dopo pranzo scioglie in acqua 7 gocce di Castopan, mi raccomando dopo pranzo, a stomaco pieno. La sera, magari dopo una bella tisana, dovrebbe chiudere il ciclo (doppia sottolineatura sotto il nome che solo dopo capisci riferito a delle supposte) con una compressa di Ciclovir.”

Ora, non so se il Dimoxil, il Martinox, il Castopan e il Ciclovir esistano davvero, sono convinto però che si potrebbero sostituire i corsivi con quelli coniati dal Conte Mascetti, tipo Tarapiatapioco, Antani, Scribal, Posterdati e non cambierebbe nulla, almeno per me. Chissà come dev’essere infilarsi nel di dietro una compressa di Cofandina.

Va be’, sto tergiversando, tutte queste inutilità per dirvi che, letta la notizia, non mi è stato difficile tornare a rivivere uno dei momenti più esaltanti della mia storia di spettatore calcistico:
27 settembre 1992, quarta giornata di andata del campionato di serie A, allo Stadio Adriatico di Viale Pepe, il Pescara ospita il Torino. Arbitra Cesari di Genova di fronte a circa 20mila spettatori di cui 12mila abbonati (altri tempi cazzo, altri tempi).

In Curva Nord, armati di abbonamento, Cirello (in sciarpa “Bronx Pescara”) e La Signora (in sciarpa biancazzurra non identificata, rigorosamente legata al polso destro) sono ai loro posti ben prima del calcio di inizio.

Il Pescara viene da un inizio di campionato che i tifosi non dimenticheranno mai: vittoria all’esordio per 1-0 all’Olimpico contro i giallorossi (gran gol da centrocampo di Totò Nobile con evidente complicità di Cervone) e sconfitta casalinga per 4-5 contro il Milan di Capello al termine di una partita memorabile, con i biancazzurri in vantaggio per 4-2 al 23° del primo tempo (…) salvo poi lasciarsi annientare dal tipico scellerato entusiasmo galeoniano prima e da una tripletta sontuosa del cigno di Utrecht, un certo Marco Van Basten, poi (da vedere e rivedere lo stop sul secondo gol dopo l’assist di Savicevic, il ”genio”).
Ma tutto questo meriterebbe un post a parte al contrario della sconfitta a Brescia per 1-0 la giornata successiva.

PREPARTITA:
27 settembre ‘92 dicevo, ancora con qualche granello di sabbia tra i (pochi) peli, raggiungiamo la nostra solita zona di competenza, proprio sopra i tamburi, tra un Orso con indosso il classico bomber griffato "Bad Boys", Franco Imperiale e Marcello Bocchino a cavalcioni sul parapetto, rigorosamente con la faccia verso casa mia e la schiena a guardare il campo.

PRIMO TEMPO:
Il Pescara non c’è e dopo un quarto d’ora ci pensa uno dei talenti più inespressi di quegli anni a metterla dentro: Vincenzino Scifo, 0-1.
Poco più di venti minuti e il migherlino della coppia offensiva granata raddoppia, probabilmente (non ricordo) servito di testa da Casagrande, Pato Aguilera beffa “saponetta” Savorani: 0-2 e sciarpata rimandata. Per il momento.

INTERVALLO:
“Noccioline gommeeeeeee!!! Ceci, fave…e semini!!!”

SECONDO TEMPO:
Nella ripresa il profeta cerca di ritrovare aggressività inserendo la futura bandiera Ottavio Palladini in luogo dello spento (quando mai…) e fresco campione d’Europa John Sivebaek. Il Pescara fatica a creare azioni degne di nota con il Toro sempre in controllo e mai in affanno nemmeno dopo l’uscita del fin troppo estroso compagno di sbronze Baka Sliskovic e l’ingresso del quasi campione del mondo (nel 1982 gli venne preferito Selvaggi proprio in extremis) Edi Bivi.

Insomma, una di quelle partite che non valgono il prezzo del biglietto.
Almeno fino all’89esimo:
palla in verticale di Allegri verso Borgonovo poco prima dei 25 metri, semi-veronica a seguire per mandare al bar il sandwich di Cois e Annoni e staffilata all’angolino che non lascia scampo a Marchegiani (dal secondo 22). 1-2.
L’Adriatico rumoreggia, sembra crederci e vuole l’assalto finale. A parte mio padre, che una volta a casa confessò di aver lasciato la tribuna alla Boniperti maniera, qualche minuto prima della fine della gara. Mai scelta fu più infausta.

91esimo:
palla spedita dentro l’area, Borgonovo è all’altezza del dischetto, spalle alla porta marcato da Pasquale “O animalo” Bruno. Il numero 9 biancazzurro controlla di coscia e si gira, ora vede la porta, tocco a liberare il destro e botta che s’infila a mezza altezza verso il palo alla sinistra di Marchegiani.
2-2 e conseguente, inevitabile delirio. Non ricordo l’esultanza dei giocatori in campo per il semplice fatto che ero impegnato a non lasciarci la pelle in quel turbinio di energumeni, bestemmie gioiose, scarpe e occhiali perduti e voli per nulla pindarici sui gradoni della nord.

Vedrò la corsa a perdifiato di Stefano solo a Novantesimo, descritta con orgoglio da Mario “il bianco” Santarelli.

La stagione fu un totale disastro, il Pescara chiuse tristemente ultimo a 17 punti e Borgonovo con 9 reti all’attivo.
Però all’ultima giornata, già da tempo retrocessi in serie cadetta, battemmo la Juve 5-1. E queste so' soddisfazioni.


IL TABELLINO

PESCARA - TORINO 2-2 (0-2)
Pescara: Savorani, Sivebaek (al 46' Palladini), Nobile, Dicara, Righetti, Mendy, Ferretti, Allegri, Borgonovo, Sliskovic (al 59' Bivi), Massara. A disposizione: Marchioro, Alfieri, Compagno. All.: Galeone.
Torino: Marchegiani, Bruno, Sergio, Mussi (al 79' Cois), Annoni, Fusi, Sordo, Casagrande, Aguilera (al 72' Aloisi), Scifo, Venturin. A disposizione: Di Fusco, Zago, Silenzi. All.: Mondonico.
Arbitro: Cesari di Genova.
Marcatori: Scifo 14' (T), Aguilera 39' (T), Borgonovo 88', 91' (P)
Spettatori: 17.822 di cui 12.364 abbonati e 5.458 paganti.

venerdì 19 settembre 2008

Gone with the Wind

Leggo sul forum di Grasso che Flavia Vento, la mente che tutti vorremmo avere, abbia proferito queste parole mentre si trastullava nelle acque del Mar dei Caraibi insieme ad un sacco di altra gente famosa tipo Veridiana Mallman (Veridiana Uomodacentrocommerciale) e Michi Gioia (che apprendo essere la "madrina del fortunato gioco Canto anch’io"):

"Che bello, starei sempre in mare come il Leopardi".

giovedì 18 settembre 2008

1 euro e sessanta

Ero lì a concedermi un cappuccino e cornetto mattutino al bar mellini mentre Tiziano Ferro infastidiva la radio e il barista poggiava sul tavolo il carico, quando entra un tizio, evidentemente non proprio sconosciuto:

Barista: "Solo che pensavo a quanto è inutile farneticare e credere di stare bene quando è inverno..."
Tizio: "Aahh ma quindi ancora nun vanno fatto chiude!"
Barista: "Anvedi chicc'è, ben alzato eh, tutto bene?"
Tizio: "E chi m'ammazza a mme, nun faccio un cazzo da la matina ala sera!"
Barista: "Ma vedi d'annartene a fanculo va."

martedì 16 settembre 2008

E famoselo va

E io che volevo ringraziare Richard Wright almeno per quell'intro che si riconosce al primo tasto che va giù di The great gig in the sky e poi durante la notte mi se ne va pure il signor Rossi che ne sapeva sicuro di più dei due fratelli a cui pago l'affitto.

Va be' va, insieme a due amici a una chitarra vi dedico quello che viene dopo.

"E solo adesso che mi dici che è finita
l'inverno gela i vetri e il freddo spacca le mie dita
e solamente adesso che mi dici che è finita
adesso arriva inverno e la mia rondine è partita."

(Stefano Rosso, da Quarant'anni, in Io e il signor Rosso - 1980)

lunedì 15 settembre 2008

Una corda e poi via

Cazzo se eri bravo.

La casa incendiata è rimasta fragilmente in piedi e tutto è in bell'ordine ma adesso tutto è nero e vuoto e leggero come piuma e quasi polvere e stormisce nel vento. Il water è intatto, e pulsa piano allo spirare del vento dai solchi tutt'attorno.

David Foster Wallace (1962-2008)

martedì 9 settembre 2008

Sussurro

Ben conscio di essere talmente lontano da Ginsberg e Dylan che invece di conscio stavo scrivendo coscio vorrei dirvi che dal 9 di agosto ad adesso

ho sentito la batteria della macchina dichiararsi morta dopo averla caricata come un uovo per il ritorno
ho visto una sola stella cadente il dodici di agosto perché l’undici ci ero andato appositamente ma ho dimenticato di alzare la testa
ho suonato Sloop John B per la prima volta sotto il cielo
ho mangiato delle ottime sagne in bianco con ricotta di capra e tritato di capperi e pepe
ho scoperto che le donne di cui mi innamoro in genere soffrono tutte di "immunità sentimentale"
ho vinto il Cacciatorino d’oro a casa di Jacopo
ho ricordato che "La sinistra, e in particolare quella massimalista propone di rendere uguali il figlio del professionista e il figlio dell'operaio"
ho raggiunto i 30 euro di sconto sulla carta Feltrinelli
ho perso l’ultimo sabbione per un rigore di cui si può continuare a parlare
ho creduto di vedere Usain Bolt volare nei cento metri in streaming sul sito della Rai dentro ad un bar di Vernazza
ho mancato i duecento perché dormivo sulla spiaggia di Maja
ho pianto di fronte alle campane per Don Gino
ho messo su 4,7 chili
ho ammirato le mutande di due pingui loschi figuri comprare delle birre al paponaro di fronte alla Lampara più o meno alle 5e30 del mattino
ho riso nel vedere gente sporgersi dalla macchina per scattare foto
ho capito che è meglio non andare in libreria poco prima dell’apertura delle scuole causa rischio galera
ho pedalato tutte le notti godendone come una bestia
ho giurato che il mare vorrò vederlo sempre
ho creduto di poter fare qualcosa ma poi vatti a fidare
ho comprato Peroni dai carabinieri e Best Brau dall’esercito
ho tifato per il meritato oro olimpico di chiunque
ho inciso con i talloni un percorso senza senso sul bagnasciuga
ho squadrato una milanese lamentarsi per un intercity che così pulito e a posto non ne vedevo da tempo
ho lapidato la superficie del mare con una serie di pietre piatte
ho poggiato la birra sul tavolo un numero variabile tra il meno ed il più infinito
ho travasato un paio di quintali di salsa di pomodoro dentro alle bottiglie
ho segnato un gran gol in sforbiciata scomposta nella porta costruita nel mare con i remi a far da pali
ho tremato di fronte al sole che scompariva dietro le montagne
ho odiato il questore di Pescara nel vederlo applicare una discutibile legge del ventennio
ho regolato a dovere l’altezza del sellino sentendomi dir grazie dalle palle
ho dimenticato una torre per farmi sconfiggere a scacchi
ho soffiato via la sabbia da sopra un cannolicchio
ho sterzato troppo tardi e la ruota anteriore ha lasciato il mio motorino nel nulla dorato dell’aventino
ho passato l’ultimo giorno al mare per 15 ore consecutive
ho cantato Nada sopra il golfo di Lerici
ho cercato un culo più amico degli altri senza trovarlo
ho dubitato di fronte ad un gruppo di tedeschi che chiedeva gin tonic per poi mischiarci la lemonsoda
ho ritrovato il traffico stupido e non mi mancava affatto
ho deciso che un periodo di Ramadan alcolico non mi farà poi così male
ho rivisto il Fabrizio che "L'uomo, senza ideali, passioni, slanci, sarebbe un mostruoso animale armato solo di istinto e raziocinio. Una sorta di cinghiale laureato in matematica pura."

E che ve lo dico a fare.

martedì 26 agosto 2008

Don Gino

Ad esempio a me piace vedere
la donna nel nero del lutto di sempre
sulla sua soglia tutte le sere
che aspetta il marito che torna dai campi


Glielo diceva sempre la Signora Melfisia di calmarsi un attimo, e invece Don Gino, il marito, proprio non ce la faceva a star fermo. Quelle mani enormi, quelle dita che identificano le generazioni di una volta non ne volevano sapere di rimanere intrecciate senza far nulla.

Sono ormai 4 volte che inizio a scrivere questa pagina, in quella situazione tipica dello scrittore Cirello, che in testa sembra un ispiratissimo Hemingway e poi si ritrova nelle dita i polpastrelli di un tristissimo Moccia.

Partiamo dalla fine allora.
Cari bevitori, gentili amanti delle cose pure della vita, estimatori del pudore di una volta e delle rughe sapienti di qualsiasi nonno: Don Gino è morto a 84 anni. Don Gino non c’è più. Almeno su questa terra. Viva Don Gino.

Eravamo passati a trovarli, DonGinoeLaSignoraMelfisia, giusto una settimana fa, e loro erano in forma come sempre, lui in nasone roseo e gli occhi ogni volta sul punto di sorridere, con indosso la camicia gialla a quadretti (tipica divisa estiva) e la sapienza dell’alchimista nel miscelare a dovere il vino con la gassosa, a prescindere dalla capacità della bottiglia; lei con il capello sempre a posto, energicamente minuta, pronta a girare la manovella di quella magnifica affettatrice di prosciutti non cotti.

Alla chiusura, rigorosamente prima di mezzanotte, l’avevamo aiutato a mettere dentro le panche e i tavoli con la tipica serie infinita di grazie e per piacere.

Camminare con quel contadino
che forse fa la stessa mia strada
parlare dell'uva, parlare del vino
che ancora è un lusso per lui che lo fa


Ironia della sorte le ultime parole parlavano di birra e di quelle bottiglie vuote prese per un ultimo sguardo sulla collina e che avremmo dovuto lasciare nelle casse a rendere. Aveva attraversato la strada per dircelo, canonicamente prima dell’arrivo del nuovo giorno.
Perché Il Cignotto, come tutti lo chiamavano infischiandone che per l’anagrafe circolesca il suo nome fosse “Circolo ACLI Madonna del Freddo”, raramente chiudeva dopo la mezzanotte, anzi. E per questo era riuscito a cambiare le nostre abitudini (per la gioia di mio padre mi verrebbe da dire): si usciva da casa immediatamente dopo cena, altro che alle undici e mezzo. Pazienza se dopo, belli carichi, si facevano le 5 di mattina ogni volta.
Da che mondo e mondo erano sempre stati i chietini a scendere verso Pescara. Il Cignotto invertì questa tendenza e dal nostro esordio, ormai più di dieci anni fa, riuscimmo col tempo a conquistare un posto importante su quei tavoli, pronti a ricevere sorrisi e attenzioni e bonari rimproveri, quando il tono di voce, complici le bottiglie vuote, inevitabilmente si alzava.

Lo sbattarello e le passatelle varie, l’asso bimbone, i battesimi di chi arrivava pensando di sapere e invece usciva carponi, le testate nel bagno esterno, la magnifica pezzetta asciugatrice di scoli, i grazie e i per piacere lanciati come petali ai piedi del sovrano di Zamunda, “non sei tu che me lo dai ma sono io che me lo prendo”, l’amore mai nascosto tra Melfisia e il Nano, che lì dentro cambiava nome in “coccia pilata”, le occhiate, le risse iniziate e mai finite, “zitt’ tu che sti bbeve la birre a lu cignotto” sentenziò un robbiello in gran forma, Lo Zio a chiamare l’hip hip in attesa dell’hurra dei viandanti alternativamente per lui o per lei e lui o lei che arrossivano ogni volta, l’orgoglio di quando riuscimmo ad avere il numero di casa, esattamente al piano superiore, “Ci facciamo un ultimo litro? Tanto è un bicchiere a testa.” “Don Gino, per piacere, ci porta un altro litro per favore? Grazie.” “Sì, sì, facciamo subito.” “Anzi, per favore, facciamo due ché siamo in tanti, grazie.”

Poi succede che chiama Le Fonce e “C’era l’epigrafe sulla serranda” che inevitabilmente fa scattare una serie infinita di lacrime e brindisi e tintinnii squillanti.
Allora si fa in tempo a salutarlo per l’ultima volta proprio alla curva che anticipava lo spettacolo, ed è una bellezza vedere così tanta gente, 3 generazioni a rendergli omaggio, il sole, le campane che suonano, gli occhiali scuri, e porca troia che ho dimenticato il fazzoletto sul letto, la Signora Melfisia sorretta a stento, e io che non mi ci abituerò mai a questa cosa che chiamano morte, con buona pace del prete di turno che cerca di convincere le guance rosse di quello che le guance non riescono a vedere semplicemente perché non c’è niente da vedere, Don Gino non c’è più, e diventa pure difficile trovare un bar aperto subito dopo, perchè chiaramente chi gestisce i bar è lì su quella piazzetta alla ricerca di una zona d’ombra, bisogna andar giù, parecchio a valle per un bicchiere calato in ricordo.

E voglio in questo modo dire sono o forse perché è un modo pure questo per non andare a letto o forse perché ancora c’è da bere e mi riempio in bicchiere. E l’eco si smorzato appena delle risate fatte con gli amici dei brindisi felici.

E adesso?
Come farà La Signora Melfisia?
Come fa una sedia a reggersi senza due gambe?
Perché i posti finiscono con le persone?
Perché le persone finiscono?
E io dove vado?

Rimangono il Sior Nicola e il suo Serrone, la mia medaglia d’argento e il bronzo quasi conquistato da Capriele de La Cisterna ma in entrambi i casi si parla di birra e di luoghi differenti, comunque lontani anni luce da chi sto tentando malamente di omaggiare con un Gaetano e un Guccini qua e la'.

Parole sparse perché oramai complice il sole mi metto pochi minuti al giorno su questa tastiera e le dita non scorrono come vorrei. E poi mi vengono automaticamente gli occhi lucidi con Giulia che mi ricorda di quella volta che la Signora Melfisia le chiese scusa per averla chiamata signora, “Non ti avevo guardato le mani”.

“A Don Gino. Con affetto.
Gli amici del Circolo”

Ti prometto una cosa DonGi’, come già ho iniziato a fare,
insieme “alla faccia di chi ci vo male”, “nin pozza manca mai” e “alla fregna”, nella mia routine di brindisi ce ne sarà sempre uno per te, semplice come le cose buone:
“A Don Gino uagliu’”.

Ma come fare non so
Si devo dirlo ma a chi
se mai qualcuno capirà
sarà senz'altro un altro come me.


E per Don Gino Hip Hip!
Hurra! Hurra! Hurra!

giovedì 7 agosto 2008

Una valigia di francobolli

Finalmente verso la sabbia e l'acqua salata.
Spero di star bene. Di ridere un sacco.
Le tibie sono pronte, le persone giuste mi stanno aspettando. Serrone, cignotto, sabbione, rostelli, racchettoni, gintonic, ginghelli, brocche e cicchetti, gianni, la panza di ivano, musica, spero poche risse, schitarrate, albe e tramonti, amori e sorrisi, bimbi che crescono e a 'sto giro pure un po' di montagna.

Vi lascio con il libro che leggerò insieme ai raggi:

"Spesso la gente non ha le emozioni chiare, altro che le idee."
(Non avevo capito niente - Diego De Silva, 2008)

martedì 5 agosto 2008

In agosto

Capita che vai a comprare un libro in centro e d'improvviso ti ritrovi in una sorta di guerra civile invisibile, con tutti questi ragazzi ornati da divise grigie o giallognole, smunte, quasi consumate dal sole cocente.
E con in mano dei mitragliatori giganti che manco Mac in Predator (John McTiernan, 1987):
"Gli ho sparato dritto addosso 20 caricatori dell'M60, li ho vuotati. Niente di questa terra sarebbe sopravvissuto."

(note di traduzione: in realtà il mitragliatore usato da Mac - Bill Duke - è un M134 Vulcan)

Forse è solo il caldo. Sì, la mia testa deve aver assorbito troppi raggi, vado al mare va. Al ritorno, sarà tutto scomparso. O morto.

venerdì 1 agosto 2008

Drinking all night

Non ci sono cazzi, per me la canzone da tramonto di quest'estate è senza dubbio Sloop John B versione Beach Boys (Pet Sounds, 1966).
Volume rigorosamente a palla, braccio fuori dal finestrino a lottare contro il vento, occhio socchiuso baciato dal sole che va a dormire.

Basta poco a farmi sorridere beato dentro la macchina brizzolata.
E sempre sia lodato Brian Wilson.

martedì 29 luglio 2008

You're my man

Se mai ci arriverò, chissà come sarò a 74 anni.

Ieri sera un’enorme zampa morbida d’orso ha avvolto la cavea dell’auditorium.
Leonard Cohen, in person.
Vestito, scarpe e gilet neri, camicia azzurra e cravatta assente con la giacca tolta alla prima imbracciata di chitarra. E poi il borsalino, nero anch’esso, a rispondere presente ancora una volta. Senza che vi sto a descrivere l'eleganza, che col vestiaro intendiamoci, a ben poco a che fare.

Si inizia con Dance me to the end of love e capisco subito che le perplessità sulla tenuta della voce le posso anche dimenticare:
la tonalità è ancora più bassa del solito, ma di un basso che viene dal pozzo, dal carbone più ardente presente nel camino, dalla pelle dell’animale più caldo sulla terra. Ed è un brivido ogni volta, ogni volta che il fiato sbatte contro il microfono, con il filo che si scioglie dal suo rotolo adagiato sul pavimento.

Sarà che ancora una volta mi costringono a star seduto (ok, non erano gli Iron Maiden ma voglio stare in piedi!) ma ci metto un po’ a scaldarmi, non entro in partita neanche con Hey, there’s no way to say goodbye, allora ci pensa il suono della campana di Anthem a farmi capire dove mi trovo realmente.
Subito dopo però, una pausa di 15 minuti che mi distrugge perchè ancora non so che il vecchietto dalle gambe esili e i piedi ritmanti suonerà per tre ore nette. Con la voce che guadagna in temperatura e tutta la cavea a evidente rischio ustione.
The future e poi Tower of song per spiegarci il segreto della vita stessa, che altro non è che un semplice dudu-dadada eseguito come un fiabesco carillon dalle "Sublime Webb Sisters", perfette a mai sopra le righe come tutta la band.

Suzanne - l'esecuzione clou della serata a mio avviso - cantata col trasporto e la consapevolezza dell'origine, del pezzo dal quale tutto ebbe inizio. Ripenso per un attimo alla folgorazione di Fabrizio prima che l’Halleluja meriti l’accensione del blubber e mi faccia ripiombare nella polvere di stelle.
Lo so, lo so che sei il mio uomo ma non posso far altro che chiederti di ripetermelo ripresentando la band per l’ennesima volta e con alzata di cappello sistematica.
Sisters of mercy, iniziata due volte perché gli anni sono quelli, e allora te lo puoi permettere di perderti una strofa come in spiaggia, intorno al fuoco. Perché quel falò sei tu.
Un’infinita serie di bis, a partire da So long, Marianne mio malgrado mozzata delle due strofe centrali ma riempita da un’abisso vocale che manco Tom Waits riuscirà mai a capire, per finire con una Closing Time di ridondante arrivederci saltellante.

Io c’ero ragazzi. E lo ricorderò. Mi sono inchinato per questo.

lunedì 28 luglio 2008

Frivolezze

In attesa che gli unni dell’adriatico invadano casa, ho deciso di dare una bella mazzata al mio pomeriggio ascoltando la last lecture di Randy Paush.

Per chi non lo sapesse, Randy Paush era un professore di informatica e di interazione uomo-macchina all’università di Pittsburgh.
Nel settembre 2006 gli viene diagnosticato un cancro al pancreas, morirà il 25 luglio del 2008.
“Come realizzare i sogni della vostra infanzia”, la sua ultima lezione, datata settembre 2007, è da ascoltare, vedere, mangiare.

La versione integrale (in inglese) si può vedere qui.
La traduzione, integrale anch'essa, è invece di qua.
(Consiglio di aprire due finestre e metterle una di fianco all'altra, per non perdersi niente, flessioni comprese)

Per i più pigri ci sono anche (registrati in un'altra occasione) dieci minuti sottotitolati. Meglio di niente. Anzi.

Col cuore da Cirello, siate felici. Divertitevi, dite grazie. E scusatevi quando necessario.

sabato 19 luglio 2008

Confessioni ubriacanti

Ieri notte, una voce improvvisa e sorridente, nel delirio della canonica festa estiva nel giardino di casa Gallit:

"Perché io odio l'Italia ma non gli italiani, è per questo che sto ancora qua porco dio, è tutta colpa vostra."

E poi via verso il tavolo alcolici.

giovedì 17 luglio 2008

Nella terra selvaggia

(autocitazione direttamente dalla tesi, così non mi sforzo)

Scrisse Jack Kerouac che un giorno del 1944, in Times Square a New York, fu avvicinato da tal Herbert Huncke, un hipster di Chicago, che gli disse: “Man, I am a beat”, attribuendogli il significato di battuto, stanco, depresso, sconfitto. Fu solo 10 anni dopo, che l’autore di Sulla strada, aiutato dalla fede buddista appena abbracciata, associò beat a beatitude allargando semanticamente il campo di significato del termine fino a comprenderne “beato”.

Non mi ero mai sentito battuto&beato all'uscita dal cinema. Ieri è successo. Con Into The Wild (Sean Penn, 2007).

"Prevedibile" mi hanno detto. Prevedibile? E che c'entra, che mi interessa della storia (vera peraltro, quindi se non è prevedibile una storia passata ditemi voi cos'è prevedibile), qui si sogna. Furbo proprio per la dichiarazione non celata di spingerti al brivido della libertà da cartolina?
Sincero.
Questo ho visto. Penn sembra crederci sul serio. E non voglio sentire pippe del tipo "è facile crederci con milioni di dollari in banca", che per quanto mi riguarda sono dichiarazioni stucchevoli alla pari di "hai i soldi quindi non puoi essere comunista".

Se mai mi leggeranno, ringrazio Eddie Vedder in trance da colonna sonora con l'inventore della chitarra infinita Michael Brook a fargli il controcanto con arpeggi da brividi.

Di fianco a me si piangeva dopo quell'autoscatto di Alex Supertramp col volto fluttuante e la schiena poggiata al magic bus, io invece avevo gli zigomi indolenziti, pur senza aver riso una sola volta (a parte la battuta dell'amico hippie sulla giovane chitarrista vogliosa), come drogato, in quella tipica situazione di estasi e del "no, non ho voglia di parlare adesso". E poi ti accorgi di guardare in alto, pure la luna piena ad abbracciare il chiacchiericcio di San Lorenzo ci mancava.

Allora stasera la schitarrata contro l'alemanniana legge bivacco avrà un senso in più, almeno per me, ormai da anni conscio del segreto (davvero son così saggio?), che forse si dovrebbe ancor di più, anzi sempre tirar fuori. Per travolgere tutti:

"La felicità è tale solo se condivisa."

mercoledì 16 luglio 2008

"A Gio', metti le pelli!"

Nella nuova pubblicità della Tim, una tipa (niente male peraltro, peccato non sia mora), dopo una nottata evidentemente birichina, invia a 500 persone un simpatico e per niente ansioso messaggio in cui dice di aspettare un bambino.
Alcune considerazioni alla luce delle informazioni di cui sopra:

1) La tipa, come minimo, è una gran troia.

2) Ipotizzando una notte tra le coperte relativamente breve, diciamo di sette ore, si evince che ogni rapporto (escludendo quindi eventuali doppiette e nonostante l'evidente abuso di sostanze) è durato in media 50,4 secondi.

3) Si sa "che tira più un..." però qui il maschio continua a non farci una gran figura , anzi, si conferma schiavo (spompato) della ghiandola mammaria.

4) A meno che la tipa non partorisca 500 figli si ipotizza una dura battaglia legale per stabilire la paternità dell'unico spermatozoo vincente.

5) A pensarci bene il numero può tranquillamente scendere a 499 perchè, nonostante l'evidente bravura della tipa, dubito che il vecchio dell'ultima inquadratura sia stato capace di una qualsiasi attività di conoscenza biblica.

6) La freschezza espressa dal volto della tipa, in aperto contrasto con le facce distrutte degli uomini, evidenzia senza fallo che la nostra amica altri non è che Natasha Henstridge di Species - Specie Mortale (Roger Donaldson, 1995).

7) A giudicare dal delirio dell'accampamento, i ragazzi devono aver assistito ad un magnifico concerto di Cesare Cremonini.

martedì 15 luglio 2008

Non c'ero

[...]
"Nella caserma di Bolzaneto non c'è stata alcuna tortura, è questo il boccone più amaro che devono mandare giù. La sentenza del tribunale di Genova dice soprattutto questo. «L'umiliazione, l'annientamento delle persone recluse» sono le parole usate da Ranieri Miniati durante la sua accorata requisitoria. «Un luogo dove per tre interminabili giorni sono stati sospesi i diritti umani». Poi il magistrato lasciò parlare i fatti, diede voce ai racconti dei testimoni, mai messi in discussione dai difensori degli imputati durante le 157 udienze di un processo durato due anni, durante il quale sono state ascoltate quasi quattrocento persone. Fu un racconto per stomaci forti. Il taglio di capelli di Taline Ender e Saida Teresa Magana, il capo spinto verso la tazza del water a Ester Percivati, lo strappo della mano di Giuseppe Azzolina, al quale sono stati divaricati anulare e medio fino a lacerare la carne; le ustioni con sigaretta sul dorso del piede a Carlos Manuel Otero Balado. E poi la marchiatura delle guance dei ragazzi giunti dalla scuola Diaz, la particolare foggia del copricapo imposto a Thorsten Meyer Hinrric, costretto a girare nel piazzale senza poterlo togliere, un cappellino rosso con la falce ed un pene al posto del martello. Tutto questo non è tortura, secondo la sentenza di ieri. Il reato non è previsto dal nostro ordinamento, lacuna alla quale proprio lo sdegno per quanto avvenuto a Bolzaneto fece per qualche tempo da propellente per un eventuale rimedio. Non esistendo una norma penale, l'accusa fu costretta a contestare agli imputati l'abuso d'ufficio, che sarà comunque prescritto nel 2009. Ieri, nel fitto sbarramento di numeri fatto dai giudici si è capito che l'articolo 323 del codice penale, quello che sancisce questo reato, non c'era. È stato riconosciuto l'abuso di autorità nei confronti dei detenuti, versione molto più attenuata del reato scelto per fare da succedaneo alla tortura. Ma gli imputati sono tutti assolti dalle aggravanti per i futili motivi e la crudeltà che avrebbero dovuto fare da corollario a questa accusa, e anche questo è difficile da mandare giù per chi è stato vittima di certi soprusi, come le ragazze minacciate di stupro «come in Kosovo», così urlavano gli agenti."


(Marco Imarisio, Corriere della Sera, 15 luglio 2008)

lunedì 14 luglio 2008

Aspettative

Poco fa, home page di Yahoo, prima notizia:

"Questa sera si accendono le luci su Rai 4, la free Tv del digitale terrestre pensata per i giovani."

- Primo pensiero di Cirello: "Ecco qua, un'altra merda."

- Secondo pensiero di Cirello: "Sarà colpa della Rai, dei giovani o di tutti e due?"

- Terzo pensiero di Cirello: "Ma chi sono i giovani?"

venerdì 11 luglio 2008

Chi porta i bonghi?

Finalmente sappiamo dove andare per sentire dal vivo quello che l'età ci ha impedito di fare. Alle Seychelles.

E' lì che Jim Morrison si starebbe godendo la sua vita suonando Battisti intorno al fuoco. Lo ha confessato Ray Manzarek in un intervista al Daily Mail.
Nello stesso quartiere o se preferite sulla stessa spiaggia, pare siano stati intravisti anche Lennon, Hendrix, Presley, John Bonham, Jeff Buckley, Chet Baker, Cobain, Michael Hutchence, Janis Joplin e l'originale di Keith Richards (tutti sanno che quello che vediamo non è altro che un volgare ologramma).

Io porto un po' di birre gelide e il canzoniere, non sia mai che scatti una Locomotiva cantata in coro.

venerdì 4 luglio 2008

Definizioni

Ero lì con Samantina lingua penzoloni e il tartufo in cerca di un angolo più privato di altri, quando in direzione opposta (Via del Pigneto, leggera discesa verso Piazza dei Condottieri), ecco arrivare ciondolanti una nonna con nipotina al seguito, mano destra della prima stretta nella sinistra della seconda:

- Bimba (in cerca della verità): "...e quindi che cos'è l'allarme?"
- Nonna (dispensando saggezza): "E' come un circuito di elettricità che quando sente qualcosa che non va, suona."