mercoledì 19 ottobre 2011

Incazzatos

Più o meno con la cadenza in cui la costellazione di Venere si allinea con le lune di Mercurio (ora, non cercate di sputtanarmi: è un'evidente supecazzola, tipo se vi dicessi delle parole come vicesindaco), decido di pulire la scrivania.

E come già successe tempo fa (con Lee Masters, post del 24 maggio 2010) ecco che tra un biglietto dell'autobus obliterato il 24 gennaio, tre accendini scarichi, un paio di etti di polvere, 5 puntine da disegno senza punte, biglietti da visita maltrattati di persone ormai sconosciute, innumerevoli monete da uno e due centesimi, plettri creduti perduti, appunti di cose da fare e cercare ovviamente mai fatte né cercate, batterie esaurite, bottiglia di Amarone di Bertani (vendemmia 2000, ahimè, vuota e digerita), vari mini contenitori/scatole/boccette che pensavo potessero servire e che non sono serviti ma che penso tuttora potranno servire in seguito, scontrini di colazioni nei bar, chiavi di serrature scomparse e via dicendo, è comparso anche un foglio che in realtà non ricordavo neanche di aver conservato.

Anzi, a questo punto ringrazio ufficialmente chi, tra gli innumerevoli ospiti della stanza verde oliva, lo ha dimenticato insieme a perizomi, peli e calzini sporchi:

Canzone dei rischi che si corrono
di Giovanni Raboni

Un'ossessione? Certo che lo è. 
Come potrebbe non ossessionarci 
la continua reiterazione 
degli stereotipi più osceni, 
l'alluvione di falsità e soprusi, 
la suprema pornografia 
dell'astuzia fatta oggetto di culto, 
della prepotenza fatta valore, 
della spudoratezza fatta icona? 
Andiamo a dormire pensandoci, 
ci svegliamo con questo fiele in bocca 
e c'è chi ha il coraggio di chiederci 
d'essere più pacati e costruttivi 
d'avere più distacco, più ironia... 
Sia detto, amici, una volta per tutte: 
a correre rischi non è soltanto 
la credibilità della nazione 
o l'incerta, dubitabile essenza 
che chiamiamo democrazia, 
qui in gioco c'è la storia che ci resta, 
il poco che manca da qui alla morte.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi ha abbastanza stufato qualsiasi discorso, poetico o presunto tale, che affastelli instancabile altisonanti "voi" o "loro" senza mai nominare, forse neanche ricordare, uno straccio di noi o, figurarsi, "io". Per questo credo che buona parte della poesia, ma oserei anche della letteratura italiana tutta dalla Gloriosa Rivoluzione partigiana ad oggi, serva a niente. Con le debite, sparutissime eccezioni, s'intende. Pardona la sfogo, Cirè, non ignoro comunque che il valore affettivo di parole, musica, immagini, resti e debba restare immune agli strali del primo impotente incazzato di passaggio. Con amicizia e stima sempre nuove,

Sor ispettore tombale (con fuochi fatui)

Anonimo ha detto...

mmmm

Anonimo ha detto...

Beh, sempre meglio un mmmm di un mah...