giovedì 29 agosto 2013

Il conflitto è amore

Purtroppo, durante la cena, ho visto il Tg5, conduttrice Cesara "ho fatto il lifting e adesso ho una palpebra che sbarella" Buonamici.
Ora, va beh che Silvio è un maestro della comunicazione (che, ricordiamolo, è sempre un po' come dire che Pippo Baudo è un professionsita) ma cazzo, che tristezza fare del giornalismo così.

La cassazione ha depositato nel pomeriggio le motivazione della sentenza. Nel tg, giustamente, è la notizia d'apertura. Però... va bene, lo sappiamo a chi date il lavoro (lui, al limite, vi dà lo stipendio), chiedo almeno un po' di pudore in più. Se proprio avete sepolto l'orgoglio.

Vi elenco i primi 8 (otto) minuti del TG5, roba da far impallidire il Tg4 degli anni migliori:

Partono mmagini varie (faldoni, toghe e via dicendo) durante le quali, Cesara legge le reazioni dei vari avvocati di Silvio, "sentenza incredibile", "sentenza con una motivazione inesistente", "sentenza del tutto fuorviante e totalmente sconnessa dalla realtà dei fatti". E via discorrendo. Leggendo, senza pause. O meglio, con quelle concesse dalla punteggiatura del testo, di una cosa, non so come chiamarla, che pareva un comunicato stampa mandato dalla difesa dell'imputato alla redazione del tg5.

Si prosegue con 10 secondi di dichiarazione di Epifani, noto principe del foro: "non è una sentenza basata sul nulla." Mmmh, forse meno di dieci secondi.

Subito dopo è invce la voce di Silvio in persona a preseguire, direttamente da una una registrazione rilasciata a Studio Aperto nel pomeriggio, "Sentenza allucinante: c'è un caso della democrazia in Italia: se qualcuno pensasse di eliminare il leader del primo partito italiano, ovvero il sottoscritto, e questo venisse fatto sulla base di una sentenza allucinante e fondata sul nulla ci ritroveremmo in presenza di una ferita profonda e inaccettabile per la democrazia".
E cose sentite e risentite da anni. Giusto per chiudere il "panino".

Poi si cambia e si passa all'Imu, con la dichiarazione di Silvio soddisfattissimo.

Mi alzo nervosissimo, sono solo le 20e10 e in casa mia sta già uscendo il caffè. Vado a spegnere il fornello con le mani che mi prudono tipo Trinità.

Poi mi siedo davanti al computer, riguardo questa scena e scrivo le ovvietà qui sopra.

mercoledì 28 agosto 2013

La lingua ufficiale

Ok, non sono iscritto a Twitter, però noto come sia diventato come e più di un'agenzia di stampa. Così, leggendo quotidiani, siti e blog vari, mi trovo spesso di fronte a sti cavolo di "massimo 140 caratteri".
Alla luce di questo  - e considerando che il romanesco, inteso come lingua, mi piace molto - vorrei fare un appello a tutti i twittettari (devo generelizzare per esigenza): la volete smettere di scrivere in romano? Che senso ha? Siete stucchevoli e fastidiosi. Mi state facendo odiare persino Petrolini.
E se non fosse ancora chiaro: m'avete rotto er cazzo.

Oppure, per dirla con Silvestri, "m'avete preso l'anima... de li mortacci vostra".
Grazie.

sabato 24 agosto 2013

La tristezza intelligente

Come molti di voi sanno, oltre ad essere asocialnetworkizzato (che per uno come me, coerenza a parte, è anche un clamoroso autogol), non possiedo uno smartphone.
E niente, nonostante la stima e l'amore che nutro per i miei amici e la loro intelligenza, confesso che, scena del bowling a parte, mi sono trovato in tutte le situazioni mostrate in questo video.

Allora penso che forse era meglio una volta, quando al ristorante, tra una pietanza e l'altra, rimanevo solo al tavolo a sorseggiare vino rosso mentre tutti i commensali erano fuori a fumare.

mercoledì 21 agosto 2013

We sang every song that driver knew

Rientri in macchina pensando a come sia possibile che persone a cui vuoi bene non la pensino come te su argomenti "oggettivamente" indiscutibili. Ovviamente solo nella tua testa. Poi, come per magia, dalla radio viene fuori lei, perfettamnete sincronizzata dall'accensione allo spegnimento del mezzo a motore (ogni tanto serve). E tutto sommato non mi sento più così solo.

martedì 30 luglio 2013

Daje Patrì

Considerando le volte che sono tornato a casa a piedi e ubriaco, pensavo per l'ennesima volta, che al posto di Federico, poteva esserci Cirello. E probabilmente il 99% delle (poche) persone che leggono queste pagine (da lastampa.it).

“Hanno ucciso il mio Federico
e rimetteranno la divisa
senza nemmeno pentirsi”


ANSA
Calamite sul frigorifero, una vetrinetta strapiena di oggetti, fotografie, coppe sportive e in un angolo, vicino al grande tavolo, un televisore. Rigorosamente non al plasma. Una casa normale, come tante. A cui manca una sola cosa, da 8 anni: un ragazzo. Si chiamava Federico Aldrovandi, aveva 25 anni, è stato ucciso. E’ diventato un simbolo. Ma per Patrizia Moretti, la madre era ed è soprattutto un figlio, il suo, quello che manca a questa casa.  

Oggi sarà un giorno speciale per la famiglia Aldrovandi. Questa mattina esce da carcere Paolo Forlani, l’ultimo dei 4 poliziotti condannati in via definitiva per aver ucciso Federico. Luca Pollastri, l’altro detenuto, è uscito sabato. Monica Segatto ieri ha terminato il suo periodo di domiciliari. Resta Enzo Pontani, ai domiciliari. Verrà presto liberato: ha solo iniziato la detenzione dopo gli altri. Poi, tutti e quattro, avranno finito di scontare la loro pena: 6 mesi. Loro, i poliziotti, dicono che è un’ingiustizia: gli unici in Italia, da oltre trent’anni, ad aver scontato per intero una pena per omicidio colposo (3 anni se li è mangiati l’indulto).

Lei, Patrizia Moretti, riflette: «Sei mesi per aver ucciso qualcuno è sbagliato, ingiusto, doloroso e soprattutto inaccettabile - dice - E non perché sei mesi siano pochi, anche se sarebbe ipocrita dire che non lo siano. Ma perché sei mesi non sono bastati. Se il carcere dev’essere riabilitativo, come io credo, ebbene per queste persone non lo è stato: non si sono mai pentiti, non hanno mai avuto una parola di dispiacere per la morte di Federico. Mai».

Patrizia Moretti, la sua famiglia, gli amici, hanno combattuto 8 anni per avere ragione. E domani tutto questo sarà finito. Almeno penalmente. La paura più grande, oggi, per Patrizia è che quei 4 poliziotti tornino a vestire la divisa. Cosa possibilissima, quasi automatica. La commissione di disciplina ha già emesso il suo verdetto: sei mesi di sospensione. «A fine anno, tutti torneranno in servizio. Quattro poliziotti, armati, condannati per omicidio, torneranno per le strade con un buffetto e senza che nemmeno si siano resi conto di quello che hanno fatto».

Patrizia era preparata a questo giorno. «Sapevamo che sarebbe arrivato». Ma è amaro lo stesso. «E’ la cultura delle istituzioni che deve cambiare. Questi poliziotti sono stati protetti, è evidente. E questo mi fa male. Quel che invece mi rassicura è che l’opinione pubblica ha reagito. Anche se la giustizia ha fatto il suo corso, è la condanna dell’opinione pubblica ciò che più conta. Solo così riusciremo a cambiare la cultura nelle istituzioni».

La cultura e anche qualcos’altro. Oggi l’ultimo poliziotto che ha ucciso Federico uscirà dal carcere. Dopo sei mesi. Pena scontata. Patrizia sa che potrebbe riaccadere. E allora l’opinione pubblica non basta: «Chi può, istituisca il reato di tortura. Chi non lo vorrebbe istituire ha una sola ragione: evidentemente lo perpetra. E questo non è più accettabile».

lunedì 29 luglio 2013

There's nothing you can say to make me change my mind.

[Così, dopo più di dieci anni, i Radiohead all'arena di Verona (Kid A/Amnesiac Tour - 2001) non possono far altro che scendere ed accomodarsi sul gradino di mezzo del mio personalissimo podio.]


La sensazione è di aver partecipato ad una cosa irripetibile, di quelle che racconterò ai miei nipoti, se mai ne avrò. 
Gli dirò di esser stato più volte sull’orlo del pianto, con l’orgoglio dell’uomo a petto nudo che si tampona gli occhi tra la folla con la scusa del sudore (almeno qui, qui e qui, anche se il video non renderà mai giustizia alla realtà). Dirò che non ho potuto godermelo anni prima, solo perché la data di nascita non si sceglie. E che per lo stesso motivo non c’erano Mason né Gilmour, lì sopra quel muro che si costruiva pian piano insieme ai fantasmi di Pink, prima di crollare.
“Nonno, ma tu non eri di quelli che volevano un palco scarno, con solo gli strumenti protagonisti?”, “Sì bimbi, l’ho detto, ma pensate davvero che nonno sia così stolto?”.
Racconterò di come non sia stata la stanchezza a svuotarmi e nemmeno il caldo. Ma la musica. Per una volta slegata dai ricordi di donne e sbronze, amici e risate, viaggi e pianti. Solo quel doppio cd consumato dal laser e mandato in loop per l’ennesima volta sin dal mattino.
Per qualcuno non è cinema, per altri è una delle più sconvolgenti esperienze vissute davanti lo schermo”, per qualche motivo m’è venuto in mente Mereghetti (nella recensione di Blue -  Dereck Jarman, 1993), mentre pedalavo nella notte verso casa, con la pelle ancora eccitata e il vento caldo a tapparmi la bocca, in preda alla morbidezza di Goodbye Cruel World. Nel silenzio della Roma ormai già in agosto.

Continuerò ancora per molto e tra una canzone ed un'altra, dirò pure che l'unica birra in vendita era l'odiatissima Ceres, che c'era l'unità cinofila all'ingresso e che il maiale volante si era trasformato in cinghiale, diventando nero e con un bel paio di zanne. 
Poi, di fronte all'incredulità, gli dirò che no, ero sincero: c'ero davvero. E che era andata proprio così.

giovedì 25 luglio 2013

Soltanto addio

Passare la notte alla guida in solitaria di un furgone senza avere con sè la consueta scorta di cd (non preparati causa perenne procastinazione), né ipod (tuttora a spasso nei meandri della stanza, spero), al di là della solita, inoppugnabile, verità, ossia che la radio - al netto di rarissime eccezioni perlopiù locali - è musicalmente inascoltabile, fa venire in mente giusto un paio di considerazioni:

- "Era d'estate" di Sergio Endrigo (grazie, Radio 2) è sempre un capolavoro di verità.

- Se incontro Malika Ayane per strada, la uso come sacco, senza guantoni.

martedì 9 luglio 2013

Davvero non so

Ci sono le volte in cui dubbi assaltano in massa, minano certezze e riscoprono rancori. E spesso accade in estate, quando ti domandi perché diavolo i romani non abbiano fatto Roma non dico a Ostia ma quantomeno ad Ostia Antica. E che sarebbe stato comunque bello andarci nelle scampagnate del fine settimana, da ovest verso est però, non viceversa.

Le volte in cui continui a chiederti perché il rosmarino non riesca mai a crescere in un vaso, ma che se ne stia lì, tirando avanti fino al prossimo arrosto, a sopravvivere come gli animali in gabbia ignoranti del suicidio.
Ci mancava pure l'errore di piantare un piccolo di basilico nello stesso vaso della salvia, nota (mi disse in seguito l'anche agronomo Mr Gallit) divoratrice di energie altrui. Così, mi ritrovo il giovane compagno del pomodoro fresco con le foglioline sempre più piccole, di un verde deperito ma buone lo stesso, in preda ad una sorta di sortilegio alla Dorian Gray, col basilico nel ruolo del dipinto.

E poi una marea di voglie che solo un bagno dove dico io - e con le persone giuste – potrebbe placare. Con i piedi a disegnar galassie sulla sabbia, gli sguardi persi verso orizzonti laidi e le mani pure. Con la sempiterna menzogna che con l'età, al netto di tutte le perdite, si guadagni comunque in fascino.

Allora sono qui, a petto nudo col silenzio post prandiale del sole che filtra dalla tapparella nel quartiere dei condottieri, a pensare al Capitano Benjamin L. Willard nel risveglio di Saigon.

E come lui mi alzo, guardo fuori ma invece di finire lo scolo di whiskey avanzato dalla sera prima, metto un pezzo. Forse, magari, Mick e soci sapranno dirmi cosa fare.

mercoledì 3 luglio 2013

E buon lavoro

Dormiente sul divano in orari inconsueti. La telefonata che desta. Allora fino all'alba. Sul mare dell'est. A mangiar porchetta senza pane. Con le mani unte e i piedi nudi.

giovedì 27 giugno 2013

Daje Stè, mo è tutta discesa.

ANSA.it

Addio a Stefano Borgonovo 
Ha legato il suo nome a lotta alla Sla

27 giugno, 19:32 
E' morto oggi Stefano Borgonovo, ex calciatore del Milan, della Fiorentina e della nazionale che lottava da lungo tempo contro la Sla.

-

Copio e incollo, il post che scrissi il 23 settembre 2008, quando Borgonovo comunicò la sua malattia.
Ciao Stè, sempre sotto la curva.

 
DAJE STE'

Ha aspettato il 5 settembre scorso per dircelo tramite il sintetizzatore, perché con la lingua atrofizzata non c’è altro modo per parlare, sussurrare e sentire quella voce che non sembra neanche più la tua.
Dopo averne annientati e uccisi molti altri, la Sla ha fatto breccia anche nel corpo che fu sgusciante di Stefano Borgonovo.
Sclerosi laterale amiotrofica, e qualcuno prima o poi mi dovrà spiegare perché le malattie in genere, quelle più subdole in particolare, abbiano questi nomi da supercazzola. Come le medicine.

“Al mattino prima di far colazione mi prende una pillola di Dimoxil 2g, poi una di Martinox a metà mattina. Dopo pranzo scioglie in acqua 7 gocce di Castopan, mi raccomando dopo pranzo, a stomaco pieno. La sera, magari dopo una bella tisana, dovrebbe chiudere il ciclo (doppia sottolineatura sotto il nome che solo dopo capisci riferito a delle supposte) con una compressa di Ciclovir.”

Ora, non so se il Dimoxil, il Martinox, il Castopan e il Ciclovir esistano davvero, sono convinto però che si potrebbero sostituire i corsivi con quelli coniati dal Conte Mascetti, tipo Tarapiatapioco, Antani, Scribal, Posterdati e non cambierebbe nulla, almeno per me. Chissà come dev’essere infilarsi nel di dietro una compressa di Cofandina.

Va be’, sto tergiversando, tutte queste inutilità per dirvi che, letta la notizia, non mi è stato difficile tornare a rivivere uno dei momenti più esaltanti della mia storia di spettatore calcistico:
27 settembre 1992, quarta giornata di andata del campionato di serie A, allo Stadio Adriatico di Viale Pepe, il Pescara ospita il Torino. Arbitra Cesari di Genova di fronte a circa 20mila spettatori di cui 12mila abbonati (altri tempi cazzo, altri tempi).

In Curva Nord, armati di abbonamento, Cirello (in sciarpa “Bronx Pescara”) e La Signora (in sciarpa biancazzurra non identificata, rigorosamente legata al polso destro) sono ai loro posti ben prima del calcio di inizio.

Il Pescara viene da un inizio di campionato che i tifosi non dimenticheranno mai: vittoria all’esordio per 1-0 all’Olimpico contro i giallorossi (gran gol da centrocampo di Totò Nobile con evidente complicità di Cervone) e sconfitta casalinga per 4-5 contro il Milan di Capello al termine di una partita memorabile, con i biancazzurri in vantaggio per 4-2 al 23° del primo tempo (…) salvo poi lasciarsi annientare dal tipico scellerato entusiasmo galeoniano prima e da una tripletta sontuosa del cigno di Utrecht, un certo Marco Van Basten, poi (da vedere e rivedere lo stop sul secondo gol dopo l’assist di Savicevic, il ”genio”).
Ma tutto questo meriterebbe un post a parte al contrario della sconfitta a Brescia per 1-0 la giornata successiva.

PREPARTITA:
27 settembre ‘92 dicevo, ancora con qualche granello di sabbia tra i (pochi) peli, raggiungiamo la nostra solita zona di competenza, proprio sopra i tamburi, tra un Orso con indosso il classico bomber griffato "Bad Boys", Franco Imperiale e Marcello Bocchino a cavalcioni sul parapetto, rigorosamente con la faccia verso casa mia e la schiena a guardare il campo.

PRIMO TEMPO:
Il Pescara non c’è e dopo un quarto d’ora ci pensa uno dei talenti più inespressi di quegli anni a metterla dentro: Vincenzino Scifo, 0-1.
Poco più di venti minuti e il migherlino della coppia offensiva granata raddoppia, probabilmente (non ricordo) servito di testa da Casagrande, Pato Aguilera beffa “saponetta” Savorani: 0-2 e sciarpata rimandata. Per il momento.

INTERVALLO:
“Noccioline gommeeeeeee!!! Ceci, fave…e semini!!!”

SECONDO TEMPO:
Nella ripresa il profeta cerca di ritrovare aggressività inserendo la futura bandiera Ottavio Palladini in luogo dello spento (quando mai…) e fresco campione d’Europa John Sivebaek. Il Pescara fatica a creare azioni degne di nota con il Toro sempre in controllo e mai in affanno nemmeno dopo l’uscita del fin troppo estroso compagno di sbronze Baka Sliskovic e l’ingresso del quasi campione del mondo (nel 1982 gli venne preferito Selvaggi proprio in extremis) Edi Bivi.

Insomma, una di quelle partite che non valgono il prezzo del biglietto.
Almeno fino all’89esimo:
palla in verticale di Allegri verso Borgonovo poco prima dei 25 metri, semi-veronica a seguire per mandare al bar il sandwich di Cois e Annoni e staffilata all’angolino che non lascia scampo a Marchegiani (dal secondo 22). 1-2.
L’Adriatico rumoreggia, sembra crederci e vuole l’assalto finale. A parte mio padre, che una volta a casa confessò di aver lasciato la tribuna alla Boniperti maniera, qualche minuto prima della fine della gara. Mai scelta fu più infausta.

91esimo:
palla spedita dentro l’area, Borgonovo è all’altezza del dischetto, spalle alla porta marcato da Pasquale “O animalo” Bruno. Il numero 9 biancazzurro controlla di coscia e si gira, ora vede la porta, tocco a liberare il destro e botta che s’infila a mezza altezza verso il palo alla sinistra di Marchegiani.
2-2 e conseguente, inevitabile delirio. Non ricordo l’esultanza dei giocatori in campo per il semplice fatto che ero impegnato a non lasciarci la pelle in quel turbinio di energumeni, bestemmie gioiose, scarpe e occhiali perduti e voli per nulla pindarici sui gradoni della nord.

Vedrò la corsa a perdifiato di Stefano solo a Novantesimo, descritta con orgoglio da Mario “il bianco” Santarelli.

La stagione fu un totale disastro, il Pescara chiuse tristemente ultimo a 17 punti e Borgonovo con 9 reti all’attivo.
Però all’ultima giornata, già da tempo retrocessi in serie cadetta, battemmo la Juve 5-1. E queste so' soddisfazioni.


IL TABELLINO

PESCARA - TORINO 2-2 (0-2)
Pescara: Savorani, Sivebaek (al 46' Palladini), Nobile, Dicara, Righetti, Mendy, Ferretti, Allegri, Borgonovo, Sliskovic (al 59' Bivi), Massara. A disposizione: Marchioro, Alfieri, Compagno. All.: Galeone.
Torino: Marchegiani, Bruno, Sergio, Mussi (al 79' Cois), Annoni, Fusi, Sordo, Casagrande, Aguilera (al 72' Aloisi), Scifo, Venturin. A disposizione: Di Fusco, Zago, Silenzi. All.: Mondonico.
Arbitro: Cesari di Genova.
Marcatori: Scifo 14' (T), Aguilera 39' (T), Borgonovo 88', 91' (P)
Spettatori: 17.822 di cui 12.364 abbonati e 5.458 paganti.

martedì 25 giugno 2013

Low and behold


Questo è il modo in cui va il mondo
non puoi mai sapere
dove mettere tutta la tua fede
e come crescerà

 
mi solleverò
bruciando dei buchi neri nei ricordi bui
mi solleverò
trasformando gli errori in oro


questo è il modo in cui passa il tempo
troppo veloce da domare
improvvisamente ingoiato dai segni
guarda!


mi solleverò
troverò la mia direzione magneticamente
mi solleverò
giocherò il mio asso nella manica


(Rise, da Into The Wild, soundtrack - Eddie Vedder, 2007)
 

L'anno scorso accadde il 30 aprile. A 'sto giro molto più in là, pochi giorni prima di arrivare nel mezzo del cammin, ma ne è valsa la pena.
Con la timidezza dell'amore, del primo bacio che arriva dopo uno sguardo prolungato mentre pregusti il sapore e ne accarezzi il profumo con la consapevolezza di aver comunque aspettato troppo. Così i piedi, che indugiano nella sabbia come gli occhi negli occhi, perché sai che no, quell'acqua non si tirerà indietro. Mai. E che avrai tutto il tempo che vuoi per giocare a Ciclope.

Poi il brivido. Rinnovato. Diverso e uguale. Che sa sempre di libertà e già di birra ghiacciata.
E il riso patate e cozze successivo, altro non è che il gol capolavoro dopo una partita giocata da dio.

sabato 8 giugno 2013

Gli eroi son tutti giovani e belli

L’altro giorno, dopo cena, per motivi indipendenti dalla mia volontà (ma probabilmente dal mio sottile lato masochista), mi sono trovato sul divano di casa a vedere gli ultimi 40 minuti di Come un Delfino, tipica fiction fatta con i piedi (ma brutti brutti) in onda su Canale 5.

Ora, mettendo da parte quelle cose che si notano dopo 10 secondi di visione, tipo la pessima regia e l’inguardabile fotografia, l’orribile recitazione e gli agghiaccianti dialoghi, i terrificanti green screen e le facce da fotoromanzo, vorrei qui soffermarmi sulla sceneggiatura, il testo che decide il susseguirsi degli eventi. La storia. Il racconto. 

Qui di seguito, provo a descrivervi quello di cui sono stato testimone, roba da far impallidire le mirabolanti iperboli di nonno Simpson:
il protagonista, Raoul Bova (che poi scoprirò essere anche il regista del capolavoro) è un atleta, precisamente un nuotatore professionista e, sorpresa delle sorprese, specialista nello stile del delfino.
Il nostro tursiope si guadagna col sudore la qualificazione ai mondiali di nuoto di Roma, ma viene scoperto positivo al doping proprio nella gara che gli aveva garantito l'ingresso tra i migliori.

Subito dopo, non so dirvi come e perché, viene fuori che è stata la mafia a volerlo far fuori, per ordine di un un boss siciliano, interpretato, indovinate un po’, da Tony Sperandeo, alla sua duecentesima "variazione" del ruolo.

Dopo una serie di vicissitudini, il nostro eroe viene scagionato, il tempo fatto nelle qualifiche considerato di nuovo valido e la sua riammissione alla rassegna iridata comunicata in diretta durante una conferenza stampa nei locali con vista sulla piscina dei mosaici del foro italico, durante la quale, il delfino tricolore lancia un’accusa indignata e pesantissima contro i mafiosi, la malavita, il valore dell'esistenza terrena e via discorrendo (e ora, per favore, immaginatevi uno che non sa recitare nelle vesti di indignato).

Da un’ignota campagna siciliana, Tony Sperandeo – alternato al volto all’eroe in un montaggio serratissimo – segue in diretta l’evento (sul Tg5!!!!) e giura vendetta fumando un grosso sigaro cubano.

Nonostante il poco allenamento successivo alla squalifica, il nostro pesce guadagna la finale grazie ad un terzo posto in batteria, con un crono che non lascia troppe illusioni.
Uscito dalla vasca, guardando gli spalti, Raoul si accorge dell'assenza di una sua amica (o qualcosa di più) e va in puzza.

Nel dopo doccia, la lontra umana riceve un sms dall’amica di cui sopra che lo invita “alla vecchia discarica” per rivelargli scottanti novità sui mafiosi che l’avevano incastrato.
Ovviamente è una trappola. L’amica, precedentemente rapita di fronte Castel Sant’Angelo (…) non era che un’esca (ma non mi dire...).

Segue una pietosa sparatoria, in cui la polizia (arrivata in loco grazie ad una microspia piazzata addosso a non ho capito chi) riesce ad evitare il peggio: 

i mafiosi muoiono, la ragazza si salva (grazie al tonno, in versione Stallone nella scena madre di Cliffangher), mentre l’amico, che aveva tradito l’anfibio vendendolo ai malavitosi per storie di debiti, muore nella tipica maniera del redento, ovvero frapponendosi tra lo squalo e la pallottola, non prima, però, che un alro proiettile sparato dal cattivone mafioso con la barba di due giorni, colpisca in pieno il quadricipite destro del salmone nazionale.

Purtroppo, il giorno dopo c’è la finale dei 100 delfino e naturalmente non c’è modo che un uomo possa parteciparvi con la coscia annientata da un colpo di pistola sparato praticamente a bruciapelo. 
Per i comuni mortali forse, non per il marlin de noartri.

Raoul si presenta ai blocchi di partenza della finale con una vistosa fasciatura, si tuffa in acqua (segue interminabile inquadratura subacquea con il sangue che fuoriesce dalle bende e si fonde col cloro in controluce) e alla fine, dopo esser passato quarto alla virata dei 50 metri, va a vincere. 
Sì, arriva primo.

Ecco, i divanoidi, ormai in brodo di giuggiole - e in evidente delirio da Hooligans con litri di birra in corpo - non volevano crederci: Raoul Bova vince la medaglia d’oro nei 100 delfino ai mondiali.
E 24 ore prima (o forse meno) gli avevano sparato in pieno - non di striscio - nel bel mezzo della coscia. 
"L’immensa gloria di un oro olimpico" (era il mondiale, va bene,, ma la citazione di Bisteccone ci sta sempre tutta). Roba da far impallidire anche la sospensione dell'incredulità

Pensavo di metterci meno a spiegarvi questa serie di idiozie (ah, m’ero dimenticato le scene con Ricky Memphis in versione prete sotto scorta…) ma invece la cosa si è rivelata più coinvolgente del previsto.

Allora capisci perché l’auditel segna quasi 5 milioni, mentre pensi al sagace e mai fuori moda signor Valdoni e al suo ormai sempre verde: “E poi dice che vince Berluscone!”

giovedì 23 maggio 2013

Come un cane senza un osso

Generalmente, dopo un paio di Negroni sul groppone, si partiva con l'idea fissa di una mugnaia in bianco, ossia mantecata in padella con aglio e peperone dolce. Una sicurezza.

Per il secondo, dopo aver accettato qualche antipastino “senza esagerare” (quando è periodo, con del pane abbrustolito condito dal verde olio di prima spremitura), ci si faceva consigliare dal buon Gianni - impeccabilmente vestito in abito scuro di un paio di taglie superiori – sempre prodigo nell'elencare la classica tagliata, una fiorentina, del maialino “appena fatto”, la lepre, col sugo della quale si erano condite le pappardelle, del succulento formaggio alla brace e via discorrendo. Il tutto accompagnato da un paio di vassoi di patate, altrettanti di misticanza e del vino sfuso di Valentini, serviti con la consueta bonarietà da Renato “noi giovani”.

Ma non preoccupatevi, non fatevi ingannare dai verbi al passato: Gianni e Renato “della Bilancia” sono ancora al loro posto. Come La Bilancia, del resto. E inevitabilmente anche il generosissimo e vulcanico (…) patron Sergio.

Dicevo così, per raccontare cosa succedeva nelle nostre teste durante la mezzoretta che ci separava dalla destinazione – scavallando la collina passando per Cappelle, facendoci beffe della "tigre dell'autoradio", per poi proseguire su di una strada diritta come una freccia, città addormentate, niente traffico e il rapido della Union Pacific che ci restava indietro nel chiaro di luna - in una macchina, la mia (anzi, di mia madre), sempre stipata all'inverosimile dai corpicini di passeggeri mai sotto i 90 chili. Tutti fumatori incalliti.

All'andata, praticamente in tutte le trasferte, non si poteva rinunciare ad Alabama Song (ascoltata, riavvolta, ascoltata e riavvolta a piacimento del Sig. Valdoni, sempre con il medesimo entusiasmo dei passeggeri); e da Riders on the Storm, nel boccheggiamento del ritorno. Entrambe sputate da una musicassetta (Basf, se non ricordo male) con il nastro prossimo allo sfinimento e dal fruscio ormai diventato parte integrante della partitura.

Insomma, se non si era capito, questo era il mio mestissimo omaggio ad uno dei nomi più belli della storia del rock, Ray Manzarek, che continuerà a suonare il suo organo perennemente sotto acido (ora, il fatto che non si capisca se sia lui o l'organo ad essere sotto acido, è una cosa voluta dallo scrivente), anche se non a Venice Beach. Dove la mugnaia non sanno manco cos'è, poveri loro.

giovedì 16 maggio 2013

Con i chiodi negli occhi

Sarà che vivrei sempre in infradito, sarà che una bella birra ghiacciata tra le mani con le gocce dell'ultimo bagno ancora tra capelli si spiega solo con un sorriso ebete, sarà che alba e tramonto hanno più senso se nascono e scompaiono su quel confine condiviso a forza di carezze, sarà che troppi indumenti addosso mi danno fastidio, sarà che ne ho un rispetto quasi patologico da sfociare nella paura, sarà che è assurdo pensare che sotto di te ci possano essere chilometri e degli animali molto più simili a lampadine che a pesci, sarà pure che il grigiore dell'inverno ha più senso se si guardano le onde che schiaffeggiano gli scogli e rimboccano le ultime spiagge, sarà che i ricordi veri sono sempre da quelle parti e che mi ci innamoro spesso, sarà che lo iodio fa bene ai bambini e pure alle donne, sarà che non mi ci abituerò mai, sarà che i marinai gli ho sempre visti come degli dei armati di coraggio e fantasia, sarà che le telline mica le puoi prendere tra muschi e licheni. Sarà che guardando un po' più in là dei propri piedi, si capisce che unisce e non divide.

Sarà.

Sarà per tutto questo che le tragedie di mare mi segnano sempre molto. Mi stracciano le vele e abbattono l'albero maestro. E va bene che la mia corazza è fine come la carta forno, ma in questi casi non terrebbe neanche quella di Terminator. Allora mi commuovo. Pensando a chi di mare e col mare voleva viverci e magari morirci con le rughe sulle mani e invece s'è ritrovato intrappolato nel cemento.

E tutto questo a Genova poi, con Crêuza de mä a vegliare su tutti.
Così, m'immergo in quel meraviglioso saluto del porto e dei suoi abitanti a De Andrè, sporcato solo dagli applausi di chi non capisce o ha paura di rompere gli argini.
E penso che, quando sarà, ne vorrei anche io uno così, ma non sarò stato abbastanza coraggioso da meritarlo.

lunedì 13 maggio 2013

Mi dia del lei

Roma, esterno giorno. Il giovane Cirello si aggira, testa alta e birra in pugno, fuori dal bar dell'Angelo Mai.
Due bambini stanno giocando a "passaggi e tiri in porta" con i bidoni della monnezza a far da pali.

Bambino: - "Mi scusi, ma lei ha giocato il torneo del 25 aprile?"
Cirello: - "Al Pigneto? Sì."
B: - "E avete pure vinto, ve'?"
C:  -"Eh sì..."

Sono queste le cose belle della vita, tipo la primavera che si accomoda tra le vie.

venerdì 10 maggio 2013

Divani, brande e birre

La bellezza di sapere che casa tua è un porto sicuro per viandanti stanchi e assetati, viene fuori ogni volta che si fa la conta degli spazzolini rimasti a far salotto nel bicchiere di fianco lo specchio del bagno.
Nella ricognizione di ieri, ad esempio, si è scoperto che nessuno degli otto spazzolini presenti apparteneva ad un membro della casa.

giovedì 9 maggio 2013

Con la vanga d'oro

"E' morto Giulio Andreotti. Finalmente disponibili i coperchi."
(da Spinoza.it)

Non male l'idea del CONI, quella del minuto di silenzio per Andreotti, dico.
Cioè, non si sono toccate vette di sbigottimento come la concessione dei funerali di stato a Mike Bongiorno, però c'è da dire che, insomma, nonostante il buio degli ultimi anni, si può dire che Giulio (lui sì) come minimo "se l'andava cercando".

C'ho pensato un po' e alla fine credo che l'abbiano fatto consapevolmente, proprio per fargli prendere una bordata di fischi e qualche vaffanculo. Dai su, ho capito che "il potere logora chi non ce l'ha" (ma inevitabilmente corrompe chi lo possiede), però non penso proprio si aspettassero che gli spettatori dedicassero un silenzio composto ad un colpevole di associazione a delinquere (di stampo mafioso, se fosse esistito il reato). Ma neanche una standing ovation tipo su Born to Run o un fiume di accendini accesi (o dovrei dire telefoni?) sulle note di Albachiara.

Forse se ne starà stato zitto Bruno Vespa, che l'aveva inspiegabilmente dichiarato innocente su Rai Uno. O probabilmente neanche lui. In fondo, da buona vela qual è, sarà in attesa di capire da dove soffi il vento.

Infine, mi chiedo se stiamo scavando oppure no e mi rispondo che almeno, al tempo, in tribunale ci si andava e ci si faceva processare, mica come adesso, dove l'imputato manda le sue pecore a manifestare come studentelli durante le occupazioni fatte di canne e limonate (e non intendo le spremute). Anzi, all'epoca arrivava la Digos e ci si poteva pure divertire. Lì manco più quella. E sprofondiamo di tristezza.

venerdì 12 aprile 2013

Che cos'è l'amore?

Roma, esterno giorno. Il titolare della Festicciola è in zona Capannelle a noleggiare apparecchi (non cavalli).

Renato, capomagazziniere da diversi lustri (uno di quelli che si muove da par suo tra manfrottini e zeppette, spadini e vipere, tartarughe e binari) risponde così ad uno dei suoi collaboratori, un ragazzo di chiara origine magrebina che, in felpa con cappuccio d'ordinanza, non si spiega come noi tutti, arrapati dal sole e dagli odori della primavera, stessimo a disquisire sui massimi sistemi (l'AS Roma, soprattutto), con addosso solo una maglietta di cotone:

"Ma te lo sai perché amo Roma?
Perché quanno uno me chiede 'te da dove vieni?', io nun vedo l'ora de risponne."

lunedì 8 aprile 2013

Er core

Ok, va bene che il mio cuore è biancazzurro (e non biancoceleste) e va bene pure che uno dei miei coinquilini è giallorosso.
In ogni caso, penso di poter dire "senza fallo" (per citare il presidente Borlotti), che l'inno della AS Roma - appena ascoltato a palla - è il migliore di tutti (e mo non mi ricacciate l'urlo della Kop, intendevo entro i confini nazionali).

Ecco, appunto, finisce l'inno, spengo lo stereo e bussano alla porta. E' il vicino:

"Oh rigà, me so fomentato troppo, me posso venì a vede la partita da voi?"

mercoledì 3 aprile 2013

Sfiorisci Piercarlino

Il discorso, è che alle 7 del mattino del nuovo anno, di fronte all'ennesima, ultima vodka apparecchiata da Manetta, canterò sempre a squarciagola che "la prima sera devi dimostrare che al mondo solo tu sai far l'amore" e per questo non finirò mai di ringraziare il magico Califfo. 

Ma probabilmente, questa, sarà la prima (e forse ultima) volta che lascerò la mia voce su queste pagine.
Perché sono troppo legato a questo pezzo. Così, ogni volta che lo sento e lo canto, da solo, con la porta chiusa e le dita che tremano sulle corde, mi si stringe la pelle sulle ossa. Non ci posso fare un cazzo. D'altronde, a cos'altro dovrebbe servire, la musica? E questa sensazione (kafkiana, mi verrebbe da dire...), me la danno quelli che non tornano più. Pensando ai rimasti, che mai ne saranno all'altezza. Ciao Enzo.