martedì 17 luglio 2007

A presto

- Quasi come in Entr’acte (René Clair, 1924) con il corteo all’inseguimento frenetico del carro funebre.
Sorrisi salati sì, comunque sorrisi. Senza cammelli e con tanti fiati festosi e mai lagnanti.
E poi sotto i cipressi, il silenzio. Fuori ordinanza.
Vorrei fosse così anche per me quando deciderò di lasciare la carne per assimilarmi del tutto.


- Rotolavi ansimante come un salame antispiffero ormai, con quel nasone rosa (per me rimarrai sempre Mucco) perennemente umido di brina sollevato a pochi centimetri da terra. Tu il matterello, i miei piedi la sfoglia di pasta da spianare.
Ti attendo sul rettilineo dalla parte del laghetto dei cigni, pronto a tirare l’ennesima progressione fino all’asfalto. Stretching adesso.
E ricorda sempre che "kane non mangia kane".

lunedì 16 luglio 2007

Ho scelto

Dopo anni e anni di pensieri e domande senza risposta del tipo "Ti piace più la carne o il pesce?" (a cui di solito si risponde "Be', in genere il pesce/carne, però se mangio per un mese solo pesce/carne, vuoi mettere che cazzo di gusto ti da una crudo di crostacei/fiorentina al sangue?), in questi giorni di poco sonno sono giunto ad una conclusione difficile e sofferta, senza respiro, da testa sotto la sabbia in stile struzzo (anche se poi sappiamo tutti che è falso, e mi riferisco al fatto che gli struzzi mettano la testa sotto la sabbia).
Sì, lo so, sto tergiversando in malo modo, ma la notizia che sto per darvi è davvero forte come Ben Grimm:
non c'è tramonto che tenga, vince l'alba.

mercoledì 11 luglio 2007

De gustibus...

Perché cercare di convincerlo? Era un settario dei peggiori, caparbio e altezzoso, neanche fosse il Padreterno. Gli spaccai la testa in due: vediamo se impara a discutere. Chi non sa le cose, taccia.

(Delitti esemplari - Max Aub, 1957)

Sedia di metallo non troppo scomoda, prati di fronte e di lato, legno alle spalle e sulla testa. Un cappuccino ogni mezzora, qualche tazzina da lavare, un libro tra le mani e Velvet Underground & Nico dal desolante impianto agghindato alla buona proprio a ridosso dell’entrata posteriore della cucina, con le tremanti casse in equilibrio sul marchingegno che sforna caffè aromatizzato al ginseng da una parte e orzo dall’altra (esiste sul serio).
Arriva un tipo accompagnato da un altro paio di tipi, età media 35. All Tomorrow’s Parties:
“Ma che è, 'na canzone de chiesa?”

martedì 10 luglio 2007

Chi dice del Chianti, chi dice dell'uva

Io non piansi. Provavo rabbia, nausea. Dio buono, che gli avevano fatto a quel povero vecchio! Che cosa avevano fatto a quella magnifica faccia abruzzese scavata nella roccia, a quei lineamenti di sofferenza e di fatica, a quella bocca risoluta, alla linea furba delle sopracciglia, alle rughe di trionfo e di sconfitta? Tutto rimosso, tutto rimosso... e al loro posto un viso liscio, senza rughe, trattato con l'ovatta, con le guance rosate. Una vergogna, un'oscenità.
Mi punse una perfidia da scrittore. Pensai: quello non è il mio vecchio, quello non è il vecchio Nick, quello e Groucho Marx, e prima lo seppelliamo, meglio è.


(La confraternita del Chianti - John Fante, 1977)

lunedì 9 luglio 2007

Esternare i sentimenti

La scritta che segue qui sotto l'ho letta qualche tempo fa sul parafango posteriore di un Piaggio Liberty 50 vecchio modello, nella no man's land compresa tra la parte superiore della targa e la luce di "stop". Alla guida, un ragazzo sulla trentina. Secondo me si sono lasciati ieri.

"Patatina + Cucciolotto = TANTE TANTE COCCOLE".

sabato 7 luglio 2007

Patti chiama Lou (un po' come Asso chiama Sette o Capopattuglia chiama Corvo)

IT’S A MASTER PIECE! E’ UN CAPOLAVORO!
(Un tipo, più o meno dall’ottava fila, a poco più di dieci minuti dall’inizio).

Mai tanta grazia piovuta sullo scrivente come in questi ultimi giorni.
La formazione (a memoria):
Chitarra (alternativamente elettrica e acustica), basso e contrabbasso, tastiera, batteria, violoncello elettrico, due sassofoni (un contralto e un tenore), due trombe, due tromboni, due violini, una viola, coro angelico di venti bambini biondi in grembiule azzurro, voce femminile vestita di rosso. Dimenticavo, poi c’era la voce maschile con chitarra a tracolla: Lewis Alan Reed. Per gli amici Lou.

"Berlin” è un disco di oltre 30 anni fa che non è stato mai presentato dal vivo data la sua complessità. Quando uscì nel 1973 fu scioccante sia per la critica che per i fan, che avevano appena visto riaffermata l’immagine di Lou Reed come visionario rock dopo il successo di “Transformer”. Anziché produrre un album che consolidasse la sua reputazione di innovatore glam-rock, Reed si immerse in un progetto estremamente ambizioso, emozionalmente denso, psicologicamente estenuante e completamente coinvolgente, un concept album oscuro che parlava di tormentate dipendenze d’amore che portano alla deriva, di cuori spezzati che descrivevano la propria caduta nei sobborghi di una città divisa.

Spulciando il sito della Garzanti Linguistica:

Carisma [ca-rì-Sma], s. m. [pl. -Smi, ant. cariSmati], (fig.): prestigio, ascendente, forza di persuasione che si fondano su straordinarie ed esemplari qualità personali.

Ecco.
Quel tipo di braccio - nervoso, tirato, muscoloso per lo spasmo anche in assenza di sforzo – avevo imparato a conoscerlo nei dintorni di casa, zona stadio, in quel periodo particolarmente creatore di mostri che è stato l’inizio degli anni ’80. E poi il gilettino di pelle in stile Warriors gli calzava come una calza sopra un calzino.
Ci crede un bel po’ l’uomo di NYC, si vede che ha voglia, si vede dagli occhi, laggiù sotto il sopracciglio, scandisce bene le parole muovendo le rughe del viso in modi incompresibili, dirige ogni membro presente sul palco come un Von Karajan sotto camomilla corretta all’efedrina.
(Una pecca: ok, non sono un ingegnere del suono ma posso dichiarare ufficialmente che le sale dell’auditorium non sono fatte per l’elettricità. Vince l’acustico lì dentro. Perché non farlo suonare all’esterno, meno paganti?)
E’ un’adorabile bastardo Mr. Lou. E lui è davvero troppo consapevole di esserlo anche se stasera sembra che l’affabilità stia avendo il sopravvento su quei solchi.
Ottimo il bis dunque (con il pubblico incredibilmente - … - in piedi sotto al palco):
Una Sweet Jane "picchiata" ma in solenne introspezione, Satellite of Love interminabile, cantata praticamente 4 volte (la prima dal bassista in un sorta di farsetto alla Farinelli, la seconda da Mister Reed in persona, la terza dal coro angelico e la quarta tutti insieme, violentando gli strumenti) per chiudere con una Walk on the wild side che dedico qui ed ora al My Pal abitante in qualche blocco di Washington D.C. dicendogli:
“Guarda che il basso è ancora sotto al mio letto”.

Sì, insomma, come disse Salieri uscendo da un’esibizione di Mozart:
“Ragà, un cazzo di concerto!”

Specifiche dell'arca di Noè

Costriuta con: legno resinoso
Lunghezza: 300 cubiti
Larghezza: 50 cubiti
Altezza: 30 cubiti
Finestre: 1
Ponti: 3
Numero di umani: 8
Il diluvio durò: 40 giorni e 40 notti
L'allagamento durò: 150 giorni
Noè visse fino a: 950 anni

giovedì 5 luglio 2007

L'erba del vicino

"Prendete il miglior orgasmo della vostra vita, moltiplicatelo per mille…e nemmeno allora…” (Trainspotting - Danny Boyle, 1996).

E’ in scena il torneo di Wimbledon più piovoso della storia. I campi coperti e ridonati alla luce da teloni di plastica regalano l’opportunità di riempire i buchi del non gioco. Parlando di tennis ovviamente.
E la BBC riempie buchi come pochi.

Le leggende di Wimbledon, serie di puntate dedicate agli atleti che hanno fatto la storia della più antica e prestigiosa competizione di tennis. La puntata di oggi era dedicata a Pete Sampras.
Per uno come lo scrivente, teorico della sportività utopica e della capacità formativa di una qualsiasi disciplina praticata a livello agonistico, non è difficile piombare nel pianto, circondato com'è dall'infinita gamma di emozioni che uno sport può dare, specialmente se giocato uno contro uno. Ve ne racconto un paio.
Il riassunto BBC (le interviste in primo piano con luce calda di lampada sullo sfondo che si alternano alle immagini del campo) è di quelli che la RAI…ma lasciamo stare:

1.
Quarti di finale degli Open di Australia, anno 1995. La ricordo bene quella partita, stravaccato sul divano di via Valignani. Sul centrale di Melbourne Sampras incontra il connazionale Jim Courier.
Il giorno prima la notizia terribile: Tim Gullikson, allenatore e “secondo padre” di Sampras, accusa un malore. La diagnosi non lascia speranze: tumore al cervello.

- Jim Courier: “La sera prima del match andammo tutti a cena insieme, ovviamente non era mai successo che lo facessi con un mio così prossimo avversario. Ma quella volta fu diverso”.

Sampras è nervoso. Impreca passandosi continuamente le mani sul volto, sudato con gli occhi strabuzzati, come sotto acido.

- Tom Gullikson (fratello di Tim): “Pete andò sotto due set a zero, ma riuscì per disperazione a prolungare la partita fino al quinto”.

Con i nervi a pezzi e la faccia tagliata dal battito del cuore, Sampras inizia il set decisivo. Le lacrime accumulate nelle ore precedenti sfondano le dighe degli occhi. Singhiozzi e mani sulle ginocchia.

- TG: “A quel punto uno spettatore si alza dalle tribune strillando: ‘Dai Pete, vinci per il tuo coach!”.

- Jim Courier: “Da lì e cambiato tutto. Vedevo Pete che piangeva e singhiozzava infilando un ace dietro l’altro”.

Ultimo punto. Servizio vincente. Un altro. Braccia al cielo e asciugamano inadatto a nascondere emozioni ai 15mila della Rod Laver Arena.
Finirà per perdere da Agassi in finale. Ma a pochi importava.
Tim Gullikson morirà 10 mesi dopo, nel maggio 1996.

2.
Wimbledon 1997, quarti di finale: Sampras affronta il mio mito adolescenziale, il più giovane della storia a vincere sull’erba d'Inghilterra (nel 1985, a soli 17 anni) a suon di tuffi e serve&volley: Boris Becker.
Non c’è storia, seppur con i set in parità (1a1), il tre volte vincitore del torneo Boris, non sembra in grado di arginare la classe e la potenza dell’americano.

- Boris Becker: “Fino a quel momento quel campo era casa mia. Nessuno poteva battermi. Sì, ok, con Stephan (Edberg, ndr) persi due delle tre finali giocate, ma ero convinto che al massimo della forma, non c’era avversario che potesse tenermi testa. Quella partita cambiò questa percezione: capii che Pete era più forte di me”.

Boris le prova tutte, serve e segue la battuta come sa, sfodera numerosi esempi delle volée in tuffo che l’hanno reso celebre, ma ovunque mandi la palla, Pete è già lì, ad infilarlo con l’ennesimo passante. Sampras chiude l’incontro con il punteggio di 6-1; 6-7; 6-1; 6-4.
I giocatori si avvicinano a centro campo per la rituale stretta di mano. Boris sussurra qualcosa all’orecchio del rivale che rimane immobile una manciata di secondi, col sorriso dell’emozione e dell’investitura ufficiale.

- Pete Sampras: "Durante la stretta di mano Boris mi disse qualcosa. Non ricordo esattamente le parole ma fu una cosa del genere: ‘E’ stato un onore giocare con te. Io finisco qui’.

Io la penso così: se non hai mai tirato calci ad un pallone, una palla in un canestro piuttosto che oltre la rete o un montante destro in un determinato modo, con la consapevolezza di chi sa, queste sensazioni non le percepisci come potresti. Ti stupirai, piangerai, urlerai. Va bene. Ma non raggiungerai mai la vera essenza di questa follia. Non ci sono cazzi.

mercoledì 4 luglio 2007

La maga Patti (Patti, Patti quando fa magie...) - REPRISE

Patti Smith non è mai entrata negli anni ’80.
La chitarra per la prima volta a coprire la maglietta bianca e i jeans infilati dentro il marrone degli stivali, l'usuale tenuta da concerto. Il terzo o il quarto pezzo, non so, sarà stato per via degli occhi chiusi ma una festoso gruppo di oche saltellanti si è impadronito della mia pelle picconando con unghie smussate. Senza staccarsi più.
Poi il delirio onirico popolato da una famiglia di balene come intro per White rabbit, "feeds our heads" Patti, con o senza pillola, gli occhi a guardare il cielo e le curve di Renzo Piano e i bambini nelle braccia delle mamme.
La voce rocka e pulita al tempo stesso, la lava da ogni capello, i fiammiferi nell'ugola, la brace negli occhi.
60 anni cazzo, sessanta.
Because the night messa lì, come uno schiaffo improvviso a metà concerto.
Fanculo a ‘sti cazzo di posti a sedere.
Potrebbe anche dirmi “Venezia è bella ma non ci vivrei” piuttosto che “non ci sono più le mezze stagioni” e cose simili, io le crederei, mi fiderei come di fronte ad una rivelazione. Dimmi la verità Patti. Anzi, dimmi e basta.
C’è chi si lascia morire per peccati non nostri e poi un bacio a Jim Morrison, il bis con Perfect Day, le corde strappate, la mano che fa ciao.
Avrei dovuto avere da scrivere su quelle gradinate, scusate la prosa misera adesso. Non riesco. Non mi viene.

Grazie coinquilini, vi devo qualcosa di bello.

martedì 3 luglio 2007

Marmota marmota

Oltre alle mirabolanti avventure di Paris Hilton, svariati quotidiani m'informano che uno dei filmati più visti nei siti di file sharing, ha come protagonista questa marmotta.

Secondo me deve aver sentito il rumore tipico di un tappo di Peroni ghiacciata fatto volare con il culo di un accendino da mani sapienti (ricordo ai lettori che la marmotta non beve: il fabbisogno di liquidi lo reperisce dalle piante):
- “Passatella?”

Oppure potrebbe essere stata apostrofata in malo modo da un buzzurro del luogo, rispondendo da par suo:
- "Cazz’ a vu’, ah?!? Chi tinghe la facc’ zezz’?!?”

domenica 1 luglio 2007

Guardo il mondo da un oblò

“Closing party con piscina all’interno! Preparate il costume!”, questo il leggendario passaparola ad accompagnare la serata conclusiva del Fanfulla 101.
Leggenda un paio di palle direbbe quello. E quello, notoriamente, la sapeva lunga.

La porta nera di metallo è aperta, bene, non avevo alcuna voglia di suonare il citofono. Come ogni volta rischio d’inciampare sul telaio della porta stessa ma rimango in piedi, almeno per questa stagione la figura di merda me la risparmio.
Passo l’anticamera. Delirio. Un tipo in jeans e maglietta, evidentemente vecchio sostenitore di Nino D’Angelo, spicca il volo (non sarà l’ultimo) da sopra il bancone prima di atterrare in uno specchio d’acqua di sezione tonda, tre metri di diametro e circa uno di altezza, inevitabile la conseguente inondazione dei non bagnanti, pochi a dirla tutta. L’acqua inizia a guadagnar terreno sul pavimento grezzo, le scarpe e i piedi nudi accompagnano la musica semplicemente camminando, le partite di biliardino, disturbate da improvvisi quanto frequenti scrosci di pioggia, non sembrano risentirne. Finisco la birra mentre Laura fa la difficile, il suo gin lemon è stato appena contaminato da una pallina arancione schizzata dopo una sponda di troppo. Riesco ad aggiudicarmi la bevanda gratuitamente dopo aver deriso la signorina e il suo vano tentativo di venderla a due euro, “Comunque meno che al bar”.
Incredibile a dirsi, ma dopo più di mezzora mi accorgo che le piscine sono due, da una più piccola, adagiata sotto la consolle, prende il volo uno squalo bianco di un paio di metri, prontamente afferrato dal bacino con maggior utenza.
Il livello dell’acqua sale, le scarpe sono ormai zuppe, sogno girini e rane tra i calzini mentre loro sognano un posto migliore dei miei piedi puzzolenti. Allarmi! C’è un buco nelle pareti, troppo tardi. E’ il disastro, la piscina si apre come una cozza su nu travocche, l’inondazione è completata. Trenta centimetri d’acqua, tsunami al Pigneto! Buio, salta (in lungo? In alto?) la corrente, temo la scossa e la visione di ottanta e più persone abbrustolite e tremolanti, la mano destra sulla porta dei rossi e l’altra sulla mensola proprio sotto la lavagna, faccio forza e alzo i piedi da terra nella vana speranza di essere più veloce di un’eventuale scarica.
La festa finisce qui, costumati e non si avviano verso l’uscita cullati dal sussurrare di un dolce ruscello di montagna.
Il virtuoso del calcio balilla Poppy, se la ride di gusto da dietro la maglietta “Sti cazzi”: “Tranquilli, è scattato il salvavita.”

lunedì 25 giugno 2007

Per la stessa ragione del viaggio

Ore disperate (Michael Cimino, 1990) tra scogli e sabbia e vongole veraci e teste troppo confuse per capire quello che realmente succede in questi giorni.
E’ un post senza significato apparente perché non si manifesta neanche allo scrivente. Allora via, vi lascio un po’ di tempo per svelarmi il senso di tutto questo. Del vento (idiota, ora e sempre) caldo non prodotto dal culo, della demenzialità che fa ridere, del mare che cancella, di bambini dormienti e mamme vomitanti, spalle ardenti e grandangoli mancanti, le feste come diversivo per occupare spazi sinaptici. E poi la notte, terreno di lucciole e grilli e canti luminosi.
E di spifferi dai vetri:

Fenesta co’ ‘sta nova gelosia
tutta lucente
de centrella d’oro
tu m’annasconne
Nennerella bella mia
lassamela vedè
sinnò me moro.


(Canzone tradizionale della fine del XVIII secolo di autore ignoto. Va bene la versione di De Andrè in Le Nuvole, ma ascoltate la voce struggente di Murolo. Poi magari ne riparleremo.)

Torno presto comunque, semmai qualcuno avesse intenzione di chiamare Chi l’ha visto? solo perchè Telefono Giallo non c'è più.

sabato 23 giugno 2007

Avanti il prossimo

Vista la particolarità del giorno appena (stranamente) trascorso, la consueta rubrica del sabato lascia spazio ad immortali uragani interiori:

Così in America quando il sole va giù e io siedo sul vecchio diroccato molo sul fiume a guardare i lunghi, lunghissimi cieli sopra il New Jersey e avverto tutta quella terra nuda che si svolge in un'unica incredibile enorme massa fino alla costa occidentale, e tutta quella strada che va, tutta la gente che sogna nell'immensità di essa, e so che nello Jowa a quell'ora i bambini stanno certo piangendo nella terra in cui lasciano piangere i bambini, e che stanotte usciranno le stelle e non sapete che Dio è l'Orsa Maggiore?, e la Stella della sera deve stare tramontando e spargendo il suo fioco scintillio sulla prateria, il che avviene proprio prima dell'arrivo della notte completa che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge i picchi e rimbocca le ultime spiagge, e nessuno, nessuno sa quel che succederà di nessun altro se non il desolato stillicidio del diventar vecchi, allora penso a Dean Moriarty, penso persino al vecchio Dean Moriarty, il padre che mai trovammo, penso a Dean Moriarty.

(Sulla strada - Jack Kerouac, 1957)

venerdì 22 giugno 2007

Il figlio dagli occhi azzurri

Fort Collins, il 23 maggio '76. Lì, da qualsiasi parte. Il regalo che vorrei.

giovedì 21 giugno 2007

Io c'ero

Tutto pronto per il concerto di Enrico Sbriccoli, meglio conosciuto come Jimmi Fontana, un uomo di 72 anni con la faccia di Luca Brasi e i capelli di Kirk Douglas.
Tavoli gremiti al limite della capienza (108 paganti: 40 euro, cena+concerto), temperatura elevata ma ammorbidita da un delizioso alitare di vento, terreno in perfette condizioni, e vorrei vedere, visto che il “maestoso” palco era montato a ridosso del green della buca numero 9.
Jimmi, in completo nero e girocollo nero (stile Giorgio Armani per intenderci), prova subito a scaldare la platea un po’ freddina (eufemismo gigantesco) con uno dei suoi grandi classici (La nostra favola, 1978, “Mai, mai, mai ti lascio, mai, mai, mai da sola”), che da questo momento in poi verranno presentati sempre alla stessa maniera: “Visto che siamo quasi sul green vi canto un evergreen”…
Primi applausi.
Seguono canzoni da me sconosciute in cui il nostro non perde occasione per autocelebrarsi (“Ma chi li scrive più testi così? Chi?") e raccontare della sua carriera ancora al top (“Sono appena tornato da un concerto a Bruxelles, sono l’ambasciatore nel mondo dei marchigiani nel mondo”).
Si arriva finalmente al momento che tutti, compreso lo scrivente, aspettavano, quello che pensavo, ingenuo pischelletto, fosse il clou della serata: accompagnato da una big band di ben due elementi, Jimmi dimostra ancora di avere la tonalità di un tempo, cantando Il mondo (1965) con lo stesso arrangiamento di 40 anni fa. E non per mera vanità, ma per confidarci il nome dell’arrangiatore dell’epoca: "Il premio Oscar Ennio Morricone".
Il pubblico, età media sessantacinque, comincia a risvegliare emozioni sopite, alcuni si alzano in piedi.
Il clou.
“Visibilmente” emozionato, Jimmi confessa ai fan in adorazione il suo più grande rimpianto, datato 1971: visto che ne era l’autore, avrebbe voluto esser lui e non i Ricchi e Poveri, a cantarla sul palco dell’Ariston.
“Paese mio che stai sulla collina…”, ovazione che si tramuta in tripudio al momento del ritornello (“Che sarà, che sarà, che sarààààààààààà”), non volevo crederci, scatta la panolada in stile Santiago Bernabeu, tutti ad agitare tovaglioli solo per lui: Enrico Sbriccoli, meglio conosciuto come Jimmi Fontana.
Dentro di me sentimenti contrastanti: da una parte la gioia insita nella consapevolezza di vivere una scena irripetibile; dall'altra la delusione per non avere potuto goderne appieno. Sì, perchè invece di essere tra i tavoli, a sventolare il mio personalissimo bandierone, ero in piedi col sorriso inebetito, in disparte, vestito di nero. Cameriere.

mercoledì 20 giugno 2007

In cerca di Kay

I loro sguardi si incrociarono. C’era qualcosa di mutato, in lei, ma Combe non riusciva a capire cosa fosse. Il volto, la massa dei capelli non erano più gli stessi. La sua pelle era fresca, senza ombra di trucco; aveva viaggiato tutto il giorno, eppure aveva i lineamenti distesi.
Gli andava incontro sorridendo, un sorriso ancora un po’ timido e come impacciato, e lui ebbe l’impressione quasi sacrilega di assistere alla nascita della felicità.


(Tre camere a Manhattan - Georges Simenon, 1946)

martedì 19 giugno 2007

Cogli la prima mela

L'interfaccia grafica GUI (Graphical User Interface) è un paradigma di sviluppo che mira a consentire all'utente di interagire col calcolatore manipolando graficamente degli oggetti, svincolandolo dall'obbligo di imparare una serie di comandi da impartire con la tastiera come invece avviene con le interfacce testuali Command Line Interface (CLI). È lo strato di un'applicazione software che si occupa del dialogo con l'utente del sistema utilizzando un ambiente grafico.

Tale ambiente di lavoro, in cui si opera attraverso il puntatore comandato con il mouse, è stato concettualizzato nei laboratori Xerox e implementato (in bianco e nero, la versione a colori venne introdotta da Commodore con l'Amiga, nel 1985) per la prima volta da Apple con il suo rivoluzionario personal computer Macintosh.
L'Apple Macintosh venne presentato al mondo nel 1984, con uno spot pubblicitario capolavoro, andato in onda durante il XVIII Superbowl.

Evidentemente, il nostro modo di relazionarci con un computer, non sarebbe più stato lo stesso.

domenica 17 giugno 2007

Nuit sur les Champs Elysées

Mi siedo. Vediamo cosa mi viene da scrivere. Al solito inserisco un cd, l'alito di vento per i polpastrelli, stavolta no. Le dita si fermano, anche loro, mute. Ad ascoltare.

Leggenda vuole che Miles Davis abbia improvvisato gli assoli durante la registrazione. Vero o non vero, la musica che accompagna il bianco e nero di Ascensore per il patibolo (Louis Malle, 1957) rimane una delle migliori colonne sonore originali mai sentite.

sabato 16 giugno 2007

Alcuni nomi collettivi

- un gregge di pecore
- un branco di cefali
- una madria di mucche
- una raccolta di figurine
- un manipolo di benpensanti
- un drappello di eroi
- un cumulo di stracci
- una stirpe di eletti
- una fungaia di porcini
- un'accozzaglia di parole
- un filare di viti
- una mandria di mucche
- una nube di moscerini
- una foresta di sempreverdi

giovedì 14 giugno 2007

"Benvenuto nel mondo della tecnologia"

A volte basta un piccolo gesto per entrare nella storia. In altri casi non serve neanche quello, bisogna solo indovinare l’espressione giusta. E qui, in tre righe, ce ne sono addirittura due:

"Potevamo stupirvi con effetti speciali e colori ultravivaci…Ok, basta così. Ma noi siamo scienza, non fantascienza; del resto il Pal Color l’abbiamo inventato noi.
Noi siamo Telefunken, la nostra filosofia è…una Qualità. Costante. Nel Tempo."


Assolutamente leggendaria.