martedì 18 settembre 2007

The wind cries Jimi - 18 settembre 1970

“Ero a New York quando un amico mi telefonò:

- Un tuo amico e morto.
- E chi sarebbe?
- Hendrix.

Riappesi. Ero senza parole. Paralizzato. Ci credevo eppure non potevo crederci. Era troppo giovane per morire. Aveva appena ventisette anni. Uscii deciso ad ubriacarmi.”


(Noel Redding, in Standing Next To a Mountain, su Musicians n°94, agosto 1986)

Dopo il concerto del 30 agosto all’Isola di Wight, Jimi Hendrix era tornato a Londra, partecipando a qualche jam-session con i War.
Tra tutte le ragazze che gli leccavano i piedi e qualcos’altro, Monika Dannerman, una sua fan tedesca, era di quelle più stabili.
La sera del 17 settembre, Jimi chiese a Monika di accompagnarlo a Marble Arch ma le disse di non entrare: quelli erano amici che non gli piacevano, era solo una questione di affari.

Monika tornò a prenderlo un’ora dopo per riportarlo in albergo (il Samarkland Hotel, al numero 22 di Lansdown Crescent). Cenarono, presero i consueti sonniferi e andarono a letto.
Monika uscì tre ore dopo a comprare le sigarette. Quando tornò si accorse che qualcosa non andava. Allora telefonò ad Eric Burdon (leader degli Animals) che le consigliò di chiamare aiuto.

Quando arrivò l’ambulanza Jimi era ancora vivo, il personale di soccorso pensò che fosse una buona idea tenerlo seduto durante il tragitto in ospedale e nel corso del trasporto, Jimi vomitò e tossì, e vorrei pure vedere, con 400 ml di fluido libero nell’emitorace di sinistra e con il polmone sinistro parzialmente collassato.
Jimi era ancora vivo quando entrò in ospedale, ma non si sa cosa successe nei venti, quaranta minuti successivi perché nessuno, nemmeno l'inchiesta ufficiale, si sognò di chiedere lumi agli infermieri di quell’ambulanza né a quelli che lo accolsero in ospedale, né ai due poliziotti che arrivarono sul posto mentre Jimi veniva portato via.

”Quando morirò voglio che la gente suoni la mia musica, impazzisca, sballi, faccia tutto quello che ha voglia di fare.” (Jimi Hendrix al Daily Mirror, 11 gennaio 1969).

Dentro il suo corpo, oltre a delle pillole tedesche chiamate Vesperax, trovate in quantità nove volte maggiore rispetto a quella normale (non letale, ma di effetto devastante se mischiata con alcol), vennero rinvenute anche tracce di Durophet D; di un’anfetamina da 2 mg nota come blackbomber; di particelle di Seconal; di una sostanza con proprietà simili al Brallobarbitone, e naturalmente, nicotina. Nessuna traccia di eroina.

Ci volle più di una settimana al coroner per raggiungere un verdetto che non fu mai reso pubblico.
La causa della morte venne ufficialmente attribuita ad aspirazione di vomito dovuta a intossicazione da barbiturici ma, poiché non vi era prova dell’intenzione di commettere suicidio, il coroner suggerì che un verdetto aperto sarebbe stata la soluzione migliore. La giuria accolse la proposta.

Poco contava comunque: il 18 settembre 1970, James Marshall Hendrix, il più grande chitarrista della storia, venne dichiarato morto.

Penso che al mio funerale verrò arrestato. (Jimi Hendrix al Melody Maker, 8 marzo 1969)

Il funerale si svolse il 1° ottobre, nel luogo dove - il 27 novembre del 1942 - Hendrix era nato, Seattle.
Come elogio funebre Freddie Mae Gautier lesse Angel e le note di copertina scritte da Jimi per l’album di Buddy Miles Ex-pressway to your skull:

Il rapido ha ormai superato la curva, lo vediamo correre lungo la ferrovia vibrante di forza, vibrante di ritmo, vibrante di emozioni, vibrante di vita…
Mentre saliamo a bordo il macchinista ci dice: “Stiamo partendo per la chiesa elettrica”.
E così il rapido se li portò via e da allora vissero tutti felici e funky.
Ma ora scusatemi, sento arrivare il mio treno.


Monika Dannerman morirà suicida nel 1996, forse custode di almeno una verità in più rispetto a tutti noi.

lunedì 17 settembre 2007

Franca e Jolanda

Ogni tanto è bene ricordare perchè poi il tempo passa e capita che i ricordi sbiadiscano e con loro, spesso, anche i fatti di cui sono depositari. E poi sarà solo questione di libri di storia. O di diritto dell'informazione.

Saccheggio a piene mani da tal Luigi L. (scovato online) che mi sembra riassuma bene la situazione. La notizia a cui si riferisce è dello scorso 12 settembre.

La Corte di giustizia Ue ha oggi di fatto rinviato al Consiglio di Stato la
giurisdizione sull'annosa questione dell'assegnazione a Centro Europa 7 (una
emittente privata italiana che ha ormai cessato le trasmissioni) di
frequenze televisive occupate da Rete 4 di Mediaset.

Come atteso, oggi l'Avvocato generale della Corte di giustizia delle
Comunità europee ha dato il suo responso ribadendo che concessioni per la
trasmissione tv devono essere assegnate a operatori privati e che deve
essere "data piena attuazione" all'esito di tali gare di assegnazione e che
spetta ai giudici nazionali esaminare tali questioni.

Nelle conclusioni si legge infatti che "i giudici nazionali devono esaminare
attentamente le ragioni addotte da uno Stato membro per ritardare
l'assegnazione di frequenze ad un operatore che così ha ottenuto diritti di
radiodiffusione televisiva in ambito nazionale e, se necessario, ordinare
rimedi appropriati per garantire che tali diritti non rimangano illusorio".

Attorno alla questione di Centro Europa 7 ruota gran parte della
legislazione italiana in materia di questi anni.
L'emittente si vide assegnare nel 1999 frequenze per la trasmissione
analogica in chiaro sull'intero territorio nazionale, frequenze al tempo
occupate da Rete 4. Autorizzazioni ministeriali permisero però deroghe a
Rete 4 per la cessione delle frequenze.

Sulla questione sono intervenuti vari gradi della giustizia amministrativa e
nel 2002 interviene anche la Corte Costituzionale che ribadisce (come già
aveva fatto nel 1994) che Mediaset non può possedere più di due reti e che
Rete 4 deve quindi cessare le trasmissioni analogiche.
A questo punto si rimette in moto il legislatore con la legge Gasparri che
in un primo momento viene rinviata dal Capo dello Stato alle Camere proprio
per eccezione di costituzionalità in base alla sentenza del 2002 (ma Rete 4
continuerà a trasmettere ugualmente grazie ad un decreto legge del governo
Berlusconi), ma che poi viene reiterata dal Parlamento nell'aprile 2004.

Nel frattempo il proprietario di Centro Europa 7 si appella al Consiglio di
Stato e chiede un risarcimento di 3 miliardi allo Stato per la mancata
attività televisiva.
Il Consiglio di Stato aveva chiesto alla Corte di giustizia Ue di
pronunciarsi nel merito, risposta che è giunta oggi rinviando al massimo
giudice amministrativo italiano la competenza di giudizio.


Certo, il baffetto che scruta da sopra il cassero avrebbe al tempo potuto far qualcosa. Invece no.

Because you're mine

Attendo stormi di sogni per stanotte, deliri che sicuramente faranno seguito all'appena terminata visione di Walk the line (James Mangold, 2006).
Dite che faccio ancora in tempo a diventare una rockstar?

I hear the train a comin´
it´s rolling round the bend
and I ain´t seen the sunshine since I don´t know when,
I´m stuck in Folsom prison, and time keeps draggin´ on
but that train keeps a rollin´ on down to San Anton..
When I was just a baby my mama told me. Son,
always be a good boy, don´t ever play with guns.
But I shot a man in Reno just to watch him die
now every time I hear that whistle I hang my head and cry..

I bet there´s rich folks eating in a fancy dining car
they´re probably drinkin´ coffee and smoking big cigars.
Well I know I had it coming, I know I can´t be free
but those people keep a movin´
and that´s what tortures me...

Well if they´d free me from this prison,
if that railroad train was mine
I bet I´d move just a little further down the line
far from Folsom prison, that's where I want to stay
and I´d let that lonesome whistle blow my blues away.....


(Folsom Prison Blues - Johnny Cash, 1956)

sabato 15 settembre 2007

Punto

Insieme con l’anno bloggifero, torna anche le consueta rubrica del sabato.
Ecco a voi la prima puntata (2007/2008) de Per stupire mezzora basta un libro di notizie inutili:

Nello spazio tipografico, il punto è un’unità di misura pari a un dodicesimo di riga (0,376 mm nel sistema Didot; 0,351 mm nel sistema Pica).

venerdì 14 settembre 2007

Il sol dell'avvenire

Banchieri, pizzicagnoli, notai
coi venti obesi e le mani sudate
coi cuori a forma di salvadanai
noi che invochiam pietà fummo traviate.

Navigammo su fragili vascelli
per affrontar del mondo la burrasca
ed avevamo gli occhi troppo belli:
che la pietà non vi rimanga in tasca.

Giudici eletti, uomini di legge
noi che danziam nei vostri sogni ancora
siamo l'umano desolato gregge
di chi morì con il nodo alla gola.

Quanti innocenti all'orrenda agonia
votaste decidendone la sorte
e quanto giusta pensate che sia
una sentenza che decreta morte.


(da Recitativo, due invocazioni e un atto d’accusa;
Corale, leggenda del re infelice, in Tutti morimmo a stento - Fabrizio De Andrè, 1970)


Chissà, forse è l’inizio del – lunghissimo, c’è da giurarci - cambiamento: il governo cinese ha chiesto ai propri giudici maggior (per così dire) comprensione nel sentenziare condanne a morte.

”La pena capitale dovrà essere inflitta soltanto ad un ristretto numero di criminali”, così è scritto nel sito internet della Corte Suprema cinese (lo mastico come pochi).

Secondo Amnesty International (la Cina non fornisce dati ufficiali sul numero degli omicidi commessi in nome del governo), sarebbero state almeno 1770 le esecuzioni nel solo 2005 (pari all’80 per cento delle esecuzioni mondiali).
A beneficiare di questa “svolta” saranno, tra gli altri, i condannati per omicidi passionali, ma solo se verrà pagato un risarcimento alla famiglia della vittima, e i condannati per reati economici, come ad esempio l’appropriazione indebita: il Corriere della Sera mi ricorda di un dirigente della Banca dell’Agricoltura fucilato per aver sottratto fondi all’istituto.

Nel frattempo, ogni volta che ci penso, continuo a non capire. E a questo punto potrei voler ballare la disco-music, ma chissà perché, non mi va.

giovedì 13 settembre 2007

Con il luppolo in cassaforte

Si esce e si prende una birra. E io m'incazzo, senza particolari rancori intendiamoci, però m'incazzo.

Perchè devo pagare 5 fottutissimi euro per una fottutissima birra media (tra l'altro resta sempre da capire perchè qui a Roma usino il termine birra "media" quando di birre "grandi" nemmeno l'ombra, ma ne parleremo in altre occasioni) - per lo più sgasata dalla cattiva manutenzione del sistema di spillatura - servita in un bicchiere di plastica? Perchè?

Perchè, se al venditore gli costera sì e no 80 centesimi al litro? Perchè il guadagno dev'essere intorno al 900 per cento?

E poi venitemi a dire che non hanno ragione quelli sfiammati degli spagnoli, tutti in coro contro Aznar e sua moglie, la signora Ana Botella (lungo la Gran Via, a Madrid, qualche anno fa):

"No a la Botella, sí al botellón"

martedì 11 settembre 2007

Il match

Caesars Palace, Las Vegas, 10 marzo 1986.

Con in palio il titolo unificato dei supermedi IBF-WBC-WBA, si sfidano tra le sedici corde, il campione in carica Marvin “Marvelous” Hagler – 61 vittorie (51 per KO), 2 sconfitte e 2 pareggi - e lo sfidante ufficiale, l’ugandese John Mugabi, imbattuto e con un soprannome, The Beast, che rende giustizia al suo palmares: 26 incontri, 26 vittorie. 26 KO.

“Uno dei più grandi match al quale mi sia mai stato dato modo di assistere”,

avrà sicuramente commentato il buon Tommasi di fronte a quest'incontro straordinario.

Hagler è quello di sempre, agile, potente, veloce, a suo agio quale che sia la guardia, con i piedi sempre in una posizione tale da garantirgli l’equilibrio ideale;
il più giovane Mugabi non sembra avere timori di riverenza, prova a tenere il centro del quadrato piazzando con puntualità le bordate terrificanti con le quali aveva abbattuto chiunque gli sbarrasse la via, come il montante destro - il suo colpo, il suo marchio di fabbrica - a 19’’ dalla fine della quarta, che passa in mezzo ai gomiti dell'americano e lo colpisce in pieno mento: KO per chiunque, non per Hagler.
Il pugile di Newark sente la testa alzarsi e gli occhi puntare i riflettori, ma poi è di nuovo lì, in un istante, con le spalle leggere, i piedi veloci e le gambe morbidissime. Pronto a martellare.

Dopo un minuto e 4 secondi dall’inizio della sesta ripresa, è un gancio sinistro in semi spostamento (superbo) di Hagler ad inasprire le ostilità e consegnare l’incontro alla leggenda: due minuti di battaglia faccia a faccia, una quantità enorme di colpi arrivati a bersaglio, due ganci destri consecutivi di Hagler nello spazio di mezzo secondo, con Mugabi a ribattere colpo su colpo, entrando col destro nella guardia mancina del campione. I due si sorreggono a vicenda senza perdere mai un briciolo di lucidità in attesa che Mills Lane li separi ben oltre il suono della campana, con l’americano ancora a tirare sinistro e destro, destro e sinistro con una fluidità imbarazzante, come se stesse facendo lo specchio in palestra. Fantastico.
E’ qui che Mugabi perde il match, incapace di gestire la superiorità mentale del campione, sempre in avanti, sempre in attacco, con la guardia alta e la testa mai ferma. “Il match lo gestisco io”, sembrava dirgli Hagler.

Dalla settima Mugabi pare un po’ appesantito mentre Hagler sciorina spostamenti e rientri da manuale della boxe, roba da far sussultare Jack Broughton nella tomba.
Prima della nona, l’angolo di Mugabi capisce che la Bestia non riesce più a reggere quel ritmo:

“You’ve got the fight won!”, gli dicono, nella speranza di farlo ragionare. Ma la bestia non ne vuol sapere, vuole vincere per KO.

La ripresa fila liscia, senza particolari sussulti ma con la fine sempre incombente. Hagler continua a sembrare il più fresco.
Alla undicesima l’epilogo. Ancora un gancio destro ad aprire la strada, la bestia ha le unghie ormai consumate e le braccia penzoloni. Ancora 3, 4, 5 colpi. Le corde reggono l’urto.
E’ KO (97-94, 96-95, 97-94, i cartellini dei giudici fino a quel momento, tutti a favore di Hagler).

Sarà idealmente l’ultimo incontro per entrambi:
Mugabi combattè ancora per molti anni (si ritirò definitivamente nel 1999), alternando vittorie mediocri e sconfitte per KO nei match importanti, anni di inattività e pietosi ritorni sul ring. Ma per tutti, La Bestia morì su quel quadrato, il dieci marzo dell'ottantasei, all'undicesimo round;
Hagler perse il titolo l'anno dopo, nel match contro Sugar Ray Leonard (fino ad allora il suo score contava di sole due sconfitte agli esordi, per mano di Bobby Watts e Willie Monroe), ritirandosi e intascando probabilmente molto di più della borsa stabilita per quella serata.
D’accordo, come si dice nell’ambiente “Un match truccato non è mai un brutto match”, ma quello contro Sugar Ray non era Hagler, era qualsiasi altra cosa. Non certo Il Meraviglioso.
Il migliore di sempre, almeno per me.

lunedì 10 settembre 2007

You are red and blue

Blu Notte – Misteri italiani. G8 di Genova. Luglio 2001. Ieri sera.

Stamattina, occhi pesti, una caccola per ogni pelo delle ciglia.
Al risveglio, apprendo le prime reazioni seguite alla trasmissione:
per Roberto Salerno, deputato del movimento di Francesco Storace "La destra": il programma di Lucarelli e' stato ''Una rappresentazione faziosa, politicizzata e gravemente lesiva dello stato e delle forze dell'ordine''. ''Nella giornata di domani - ha aggiunto Salerno - presentero' un esposto alla procura della Repubblica per verificare che vi siano gli estremi di una azione penale nei confronti di una tv pubblica quale e' Raitre".

Nelle migliaia e migliaia di foto e ore di girato che fortunatamente (per una volta) hanno violentato Genova, una mi era sfuggita, in tutti questi anni di nervoso. Due scatti immediatamente successivi:

1) Carlo Giuliani è già a terra, supino, gambe e braccia larghe. Centinaia di agenti intorno come paravento in tenuta antisommossa. Alla sinistra della testa del ragazzo c’è un sasso piuttosto grande, quasi un pezzo di pavè, pulito come può essere pulito un sasso.
2) Carlo Giuliani è sempre lì, dove vuoi che vada con un proiettile conficcato sotto l’occhio? Il sasso no invece, il sasso non è più a sinistra ma a destra. E non è più pulito “come un sasso”, è sporco, strasporco di sangue, come la fronte del ragazzo del resto.

Ora, non so se Carlo fosse già morto o meno (anche se lo zampillo di sangue che gli sgorga dalla faccia - visibile in un'altra immagine - farebbe propendere pesantemente per la seconda ipotesi), non voglio nemmeno far nascere l’ennesima discussione che non ci porta da nessuna parte, né tantomeno gonfiarmi il petto di convinzioni e retorica spicciola.

Resta il fatto che pensare alle dinamiche successive allo sparo, immaginare un carabiniere, o un altro uomo qualunque, prendere deliberatamente un sasso in mano e infierire su di un’altra persona quasi morta sull’asfalto, lascia davvero tanta amarezza, tanta non-saliva, senza moralismi (so di esserne sempre a rischio con questi scritti), davvero.
E sappiamo quanto può essere violento il gusto dell’amaro. Quasi come il dolce.

giovedì 6 settembre 2007

Big Luciano

Non me ne sono reso conto subito, ma effettivamente il pavarottone era uno che ce l'aveva di brutto.
Grandissimo il ricordo (che vorrei fare mio pur non avendo mai avuto il piacere) di José Carreras:

"...lo ricorderò come amico sincero, un cuoco ottimo e un eccellente giocatore di poker."

mercoledì 5 settembre 2007

Così, giusto per rompere il ghiaccio

Oggi è arrivato il momento, anche se in realtà fin da ieri sera la cute mi prendeva a parolacce, proprio lì, lungo la via che costeggia il parco archeologico in aerea urbana più grande del mondo.
E sì che trenta gradi, a meno di mancanza d’acqua (ma allora sempre e comunque) non hanno mai fatto male a nessuno. A parte qualche cane troppo peloso magari.

Insomma, stamattina sono uscito con la mia giacchettina d’ordinanza, uno spolverino, un capo da mezza stagione (sì, i capi ci sono ancora), la tipica tenuta autunnale per intenderci, terrificante esteticamente – a meno che non si viva a Ponza, Capri o posti simili (o meglio, è terrificante in ogni luogo, ma in quei posti i criteri estetici, diciamo così, sono differenti) - ma parecchio efficace contro i primi aliti gelidi di vento.

Fino a febbraio niente sconti, si cercherà sollievo con qualche acqua termale bollente e prevalentemente abusiva (la mia presenza dico), il mio tipico maglione “Nin pu’ capì”, le pantofolone ornate di mucche e una marea di salcicce (prevedo anche quest’inverno, il maiale nel ruolo di protagonista assoluto) davanti ad un posticipo serale con il campo ghiacciato e i muscoli dei giocatori in sottile equilibrio tra lo scatto vincente e lo strappo definitivo.

E poi non ci sarà bisogno di mettere l’acqua in frigo, sarà in ogni caso bella fresca.
Arrivederci piedi infraditati, culi velati e pance dai raggi colorate. Non rilassatevi troppo però: vi tengo d’occhio.

mercoledì 29 agosto 2007

Piedi sull'asfalto

Dopo gli anni scolastici con i brufoli sulla faccia, quelli accademici con birre tra le dita, sono maturo per affrontare l’inizio di un nuovo anno bloggifero.

Tornato dalla visione di balene e donne con le tette grandi, eccomi di nuovo con una tastiera sotto le mani, vedo polpastrelli leggermente intimiditi, timorosi di perdere gli ultimi granelli di sabbia e sale.
Ma, come ben saprete, voi che siete capaci quanto me, quando il periodo vacanziero diventa oltremodo riposante, qualcosa non va.
Non preoccupatevi comunque, sono ansioso di comunicare che dalle mie parti non è cambiato alcunché. Ebbene sì, anche quest’anno avrei tanto bisogno di una vacanza per recuperare dalla vacanza, quel periodo in cui, alla mente ritemprata dalla vacanza, dovrebbe essere accostato il riposo del corpo, che poi altro non è che il significato primo e ultimo della vacanza post vacanza.

Un altro anno dunque, pronto a far provviste per il rigoroso inverno: ghiande, bacche e radici, in salsa di libri e canzoni.

Mentre scrivo, 12655 persone hanno visitato La festicciola di Cyrus dal giorno della sua nascita, il 15 novembre 2006. Se a questa cifra sottraiamo mas o meno 10456 (che è il numero di volte che il titolare della festicciola ha visitato la sua pagina per puro e semplice protagonismo spicciolo e tanta voglia di sentirsi uno che la gente ama leggere), rimangono 2190 contatti, una cifra di tutto rispetto. E via, pippe all’americana adesso.
Va bene, sto vaneggiando. La domanda è la seguente: perché mai ho aperto questa pagina?

Pensando a questa futilissima domanda, gatton gattoni (o canon canoni piuttosto che giraffon giraffoni o echidnon echidnoni), tomo tomo cacchio cacchio, mi sono accorto di aver dato la risposta l’8 luglio 2007 alle ore 00:44 (ne L’erba del vicino, post del 5 luglio), replicando ad un intervento del Prof. Ford, pregiatissimo/a frequentatore/trice senza volto di queste pagine virtuali.
Allora ho deciso di promuovere quel commento, elevandolo a topic del post invece che lasciarlo a commento di un commento del post. E credo di essere stato chiarissimo.
Chi l’ha letto può rifarlo. Chi non l’ha letto può rifarlo.
Io intanto lo butto qui sotto, come mamma, anzi papà, l’ha sfornato.

A dire la verità non ho mai pensato al “noi scriviamo così”. 
Ho deciso di scrivere condividendo, di “aprire un blog” (immagino qualche anno fa se qualcuno mi avesse chiesto: - “Ti piacerebbe aprire un blog?”, - “Eeh?, che diavolo vai farneticando..?”) perché non stavo più scrivendo. Capita mano ogni tanto, acnhe se il computer è sto maledetto messenger hanno avvolto di pigrizia mente e polpastrelli.
Scrivo perché mi piace, tutto qui. Perché lo considero uno sfogarsi, un liberarsi tanto quanto tirare pugni ad un sacco anche se forse lì la fisicità prende il sopravvento. E poi capisco molte cose di me scrivendo, la timidezza va via o si nasconde. E io mi sento molto più nudo, molto più soggetto ai lividi. Sì, credo di fare un grosso lavoro su me stesso. Credo di migliorarmi, se questo vuol dire qualcosa. Diciamo che risparmio i soldi dello psicologo con una sana e nerboruta autoanalisi.

Ogni tanto spendo pure ore e ore a rileggere me e le risposte di chi condivide, a riguardare le vecchie mail, le esperienze passate, le parole che adesso non scriverei mai, i litigi con le donne perché a me dal vivo vengono sempre male. In genere funziona così: si discute, dico le mie stronzate, anzi, dico le mie verità ma con parole del tutto opposte a quelle che vorrei dire e lei, giustamente, mi manda a cacare. Allora è lì che le dita volano, lei legge, e tutto torna meglio di prima. O almeno spesse volte è andata così.

E (perlomeno il mio) citare Bogart o Ciccio di Nonna Papera non è celebrare una generazione, forzare uno stile o peggio ancora compiacersi (forse al liceo sì, ma vienilo a dire al titolare della Festicciola e all’esimio frequentatore Gallit, entrambi usciti da un militare di 5 anni all’I.T.I.S.), è semplicemente scrivere. Riportare su carta le immagini che si affollano nella mente (perché bogart fuma la sigaretta molto meglio di James Dean o di Raoul Bova…scusate…) perché lo scrittore che volevo diventare era ovviamente plasmato da Kerouac (da Bukowski, da Ellis, certo: perché mai ci siamo ubriacati la prima volta?), dalla prosa spontanea che poi rimanda a Whitman e blablabla. E perché in definitiva, posso pure essere figlio di Holly e Benji, di Bem e dell’A-Team, ma sono il nipote di tante altre cose che li hanno preceduti. E i nonni insegnano parecchio, “che ve lo dico a fare” (ad esempio, non avrei ami utilizzato quest’espressione se non l’avessi sentita come geniale traduzione di Forget about it in Donnie Brasco).
Non ci trovo niente di male nel provare a inventare metafore, similitudini e ossimori che farebbero rivoltare Chandler nella tomba. Mi piace pensare che anche a lui venissero così, senza arrovellarsi troppo. Certo, le sue erano migliori, e vorrei pure vedere: quando mi verrà mai in mente di scrivere di "Una foresta di piante dalle sinistre foglie carnose e dagli steli simili a dita di morti lavate di fresco"?
Io penserei a stuzzicadenti consumati o matite spuntate, come diavolo faccio a pensare a dita di morti lavate di fresco?

Scrivo. Il che mi farebbe entrare di diritto nella cerchia degli scrittori secondo la celebre descrizione che Burroughs fece di Ti-Jean (chi mi conosce sa quante volte l'ho utilizzata). Così, giusto per chiudere, anzi accostare, il cerchio intorno a quello che ho cercato malamente di dire in queste righe:

"Kerouac era uno scrittore. In altri termini, scriveva. Molti di quelli che si definiscono scrittori e che hanno i loro nomi stampati, non sono affatto scrittori e non possono scrivere – la differenza sta in questo; un toreador che si batte con un toro è differente da un cazzaro che fa delle piroette senza toro. Lo scrittore è stato là altrimenti non può scriverne. E andando là rischia di essere incornato”.

Qui non c’è alcuna voglia di mostrarsi per quello che non si è. “Sessanta anni, cazzo sessanta”, lo scrivo perché davvero vorrei arrivarci così (con quell’energia almeno) ai 60. “Fanculo a ‘sti cazzo di posti a sedere” lo scrivo perché davvero non concepisco l’idea di andarmi a vedere Patti Smith e stare seduto, come cavolo faccio a stare seduto? Me lo spiegate? Magari davanti ad un bicchierino di amaro del capo che è buono (nella sua fascia) e costa pure poco.

E ricordo i tempi in cui io e il mio fido compagno di banco paolucci ci sfidavamo a colpi di saggi dagli argomenti improbabili ognuno sul diario (o qualsiasi altra cosa in sua vece) dell’altro. Ricordo “L’evoluzione del due di coppe” (mio) o “Gli usi e i costumi dello scopettone del cesso” (suo). Questo è il mio modo di essere scrittore, ridere del non saperlo essere sul serio ma di esserlo comunque, con i miei tic (scrivo spesso “sì, insomma”, oppure ho la fissa dei periodi lunghi alternati a quelli brevi che iniziano sempre con la “e” dopo il punto), le mie ripetizioni, il mio tentare di scrivere come quello o come quell’altro con la consapevolezza di non poterlo fare semplicemente perché non sono quello nè quell’altro e che le nostre vite sono diverse e i nostri occhi pure.

Intanto mi metto in gioco, perché quest’arte scalda e brucia. E fa piangere e ridere a donarla e riceverla.
Ora, come mio costume, non rileggo (anzi, a ‘sto giro correggo i refusi sapendo già di lasciarne tanti per strada), perché le confessioni, almeno da me, non si ritrattano.
E poi succede come adesso, che sono partito per scrivere qualcosa e ho buttato giù forse l’opposto. Ma quello che conta è scritto in realtà solo 23 parole prima di questa: sono partito. Eccolo qui. Il motivo per cui scrivo.

cy

lunedì 6 agosto 2007

Piedi nella sabbia

Succede che poi arriva il mare. E la voglia di giocare prende il sopravvento.
Quando arrivano, scansatele per me. Le nuvole intendo.

giovedì 2 agosto 2007

Il Papa ti aspetta: vieni a Loreto!

Circostanze pessime di cui non mi prenderò la briga di parlare, hanno portato - per la seconda volta in tre settimane - i miei occhi gonfi a varcare la soglia di una delle innumerevoli case del Signore, una chiesa per l’appunto.

All’uscita, oltre al cuore straboccante bontà, mi sono ritrovato in mano un volantino pubblicitario de “L’agora dei giovani italiani – Loreto 07”.
Per non tediarvi oltremodo, mi limiterò a riportare fedelmente la parte centrale di questo fantastico pieghevole in cui il Pastore Tedesco saluta il lettore di turno con il suo tipico ghigno malefico. Vi anticipo che io vorrei tanto avere il cappello. Preghiamo.

UN EVENTO ECOLOGICO

Loreto sarà un evento rispettoso del Creato: ti proporrà comportamenti e stili di vita efficaci per la tutela dell’ambiente, della raccolta differenziata dei rifiuti all’utilizzo delle bio-plastiche. Inoltre tutti gli oggetti che riceverai saranno riutilizzabili anche a casa: non c’è niente da buttare!!

- La sacca del pellegrino è cosi bella e comoda che non potrai fare a meno di portarla con te ogni giorno.

- Anche il Pass è fatto di stoffa: una tasca posteriore in rete lo rende utilizzabile come simpatico porta-cellulare.

- Il cappello sarà simile a quello di Colonia 2005: un vero e proprio oggetto-cult per le grandi occasioni.

- La torcia elettrica funziona senza batteria (si carica girando una manovella) e può anche caricre i cellulari delle maggiori marche.

- La busta che contiene i pasti è una borsa termica in piena regola, riutilizzabile per il trasporto dei surgelati o come sacca per gli alimenti take-away.

- Per non parlare del telo in nylon da stendere sotto il sacco a pelo: lo potrai riutilizzare davvero in molti modi.

martedì 31 luglio 2007

Michelangelo

In chat su skype, poco fa. Requiescat.

rbbll: "che cazzo è morto pure michelangelo! ecchecazzo!

cy: "già, è fico che so morti insieme"

rbbll: "ho appena finito di leggere i coccodrilli su bergman"

cy: "sto matto pare pure che sia spirato in scioltezza sulla poltrona di casa.."

rbbll: "si ma adesso mi sento veramente solo"

cy: "prima o poi si deve morì, ma chi ci manca? non so, monicelli non è antonioni"

rbbll: "mi sa che sono finiti"

cy: "mi sa che era l'ultimo. organizziamo un mega orgione nel deserto in memoria, chiamo pure jerry garcia con la chitarra"

rbbll: "poi sul piu bello comincia a sgorgare acqua pura dalla fontana della vergine"

cy: "e tutti che prendono a giocare a tennis senza palla"

rbbll: "attenzione, maratona antonioni su raitre"

cy: "uuuuuuh"

rbbll: "alle 21 zab point"

cy: "esploderò insieme alla casa"

Ingmar Bergman

- "E' lunedì mattina presto...e sto soffrendo."

(Sussurri e grida, 1973)

- "Il volto umano: nessuno lo ritrae così da vicino come Bergman."

(François Truffaut, dalla recensione di Sussurri e grida)

sabato 28 luglio 2007

L'importanza di chiamarsi C

Ok, va bene:
non si dice cagare, si dice cacare;
non fregare ma frecare;
non figa ma fica.

Viva la fica dunque.

mercoledì 25 luglio 2007

Chiudere gli occhi

E io gli chiesi perchè prima teneva gli occhi chiusi mentre lo guardavo e le donne parlavano. Subito li richiuse, d'istinto, e negò di averlo fatto. Mi misi a ridere e gli dissi che facevo anch'io questo gioco quand'ero ragazzo - così vedevo solamente le cose che volevo e quando poi riaprivo gli occhi mi divertivo a ritrovare le cose com'erano.

(La luna e i falò - Cesare Pavese, 1950)

martedì 24 luglio 2007

Vinceremo(?)

In un altro paese, (ma non si poteva scegliere un altro tono per la voce-off?) documentario di Marco Turco ispirato dal libro di Alexander Stille Cadaveri eccellenti, è andato finalmente in onda ieri sera alle 21, su RaiTre naturalmente. 92 minuti per spiegare e ripercorrere la storia della mafia dalla fine degli anni 70 ai giorni nostri.
Se non avete avuto la possibilità di vederlo, per favore, rimediate.
Filmati inediti persino al titolare della Festicciola, ormai avvezzo da anni a produzioni, indagini e ricostruzioni di questo genere. E poi lei, l’immensa Letizia Battaglia, il Virgilio di Stille per le strade di Palermo:

- “Anche in via D’Amelio arrivai come al solito di corsa con la mia vespa, c’erano brandelli di corpi ovunque, braccia da una parte e gambe dall’altra, e io…io non fotografai.”

E anche alla millesima visione, fa sempre un effetto che non riesco a descrivere, un magone che non perde energia, vedere Antonino Caponnetto (fondatore del pool antimafia di Palermo dopo l’omicidio di Rocco Chinnici) in quella via, mentre sale in macchina subito dopo la visione della strage:

- “E’ tutto finito.”

Le mani rugose stringono l’avambraccio del giornalista proprio sotto al microfono, cercando tremolanti un appiglio.

- ”Perché è tutto finito giudice Caponnetto?"

Il volto timido e austero, forse per la prima volta rassegnato, entra in macchina lentamente, in bilico tra la voglia di accasciarsi e quella di andar via, ma le mani non si staccano da quel microfono continuando a tremare, percorse da una scossa quasi mortale.

- ”E' tutto finito.”

Anche le labbra sono scosse, gli occhi vuoti dietro le lenti, fissi verso il giornalista fuori campo.

- ”Perché è tutto finito giudice Caponnetto?"

E’ come se non ci fosse più fiato, come se il cuore smettesse di pompare per qualche secondo.

- ”Perché…”

Il sorriso di Falcone, quasi troppo cinematografico per sembrare vero. Troppo distante dai volti che sono abituato a vedere, la dolcezza di chi convive con la paura, i denti in mostra ad ogni sospiro, ad ogni finire di frase.
E la nuova classe dirigente a braccetto con la vecchia, per dio, Andreotti è lì dalla Costituente e ancora decide le sorti del governo e ci vorrebbe un post a parte per descrivere le malefatte di ques’uomo intervistato subito dopo l'omicidio del suo compare Salvo Lima: "Un uomo leale, di grandi qualità...", maledetto ghigno dalle grandi orecchie.

(il corsivo che segue potete leggerlo o non leggerlo, scusate ma non avevo voglia di lasciar passare impunemente il nome di Giulio, altrimenti saltate il corsivo e proseguite)

La sentenza d'appello di Palermo del 2 maggio 2003 a carico di Giulio Andreotti dovrà entrare nella storia dei media e del giornalismo. Assolto, hanno scritto tutti giornali, hanno detto tutti i telegiornali. Restituito l'onore al leader democristiano e alla Dc, hanno commentato festosi Pierferdinando Casini e tanti altri ex democristiani.

Giulio Andreotti aveva nel processo palermitano due capi d'imputazione. Il «capo a»: associazione a delinquere per aver avuto rapporti, incontri e contatti con i boss di Cosa nostra pre-corleonesi, con la mafia di Stefano Bontate e Tano Badalamenti. Il «capo b»: associazione a delinquere di stampo mafioso per aver avuto rapporti, incontri e contatti con la mafia «vincente» di Totò Riina, dopo che i corleonesi avevano fatto fuori a colpi di kalashnikov Bontate e centinaia di mafiosi delle cosiddette «famiglie perdenti».

Il «capo a» si riferisce a fatti fino al 1980. In quell'anno Bontate viene ucciso e il suo posto viene preso da Riina. L'accusa è di associazione a delinquere "semplice", perché ancora non era stato introdotto il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, che sarà varato nel 1982.

Il presidente Scaduti l'ha detto chiaro e tondo, e tutte le televisioni l'hanno trasmesso senza rendersi conto di quel che facevano:
"IL REATO DI ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE COMMESSO FINO ALLA PRIMAVERA DEL 1980 È ESTINTO PER PRESCRIZIONE",
mentre per l'associazione mafiosa successiva al 1982 si conferma la prima sentenza: assoluzione per insufficienza di prove.


Da quell'anno, dunque, scatta la nuova imputazione, con pene maggiori e termini di prescrizione più lunghi: è il «capo b».

La sentenza d'appello conferma l'assoluzione concessa in primo grado per il «capo b», seppur con il riferimento al secondo comma dell'articolo 530 (ossia: per insufficienza di prove). La testimonianza del "pentito" Balduccio Di Maggio, quello che ha raccontato l'incontro con bacio tra Andreotti e Riina, non ha convinto i giudici.

La sentenza d'appello riforma invece l'assoluzione di primo grado per il «capo a», riconoscendo la prescrizione. Ossia: i fatti contestati sono avvenuti , i rapporti, incontri e contatti tra Andreotti e la mafia ci sono stati. «Fino alla primavera del 1980», precisa il dispositivo della sentenza: cioè fino alla data dell'ultimo incontro in Sicilia tra il leader dc e Bontate. Ma poiché non c'era ancora il reato d'associazione mafiosa, il più blando reato d'associazione "semplice" si prescrive in 22 anni e mezzo. Dunque nel dicembre 2002. Se la sentenza fosse arrivata cinque mesi prima, serebbe stata di condanna.

Andreotti ha avuto rapporti, incontri e contatti con i boss di Cosa nostra, almeno fino alla primavera del 1980. È stato salvato solo da quello strano marchingegno giuridico italiano che si chiama prescrizione.


E poi la classe politica dagli anni Novanta in poi, la campagna mediatica (tuttora in corso) contro la magistratura e i suoi uomini, le leggi approvate per limitarne i poteri e quelle per rendere meno facile la vita ad eventuali nuovi collaboratori di giustizia:

Uniti contro il 41 bis: Berlusconi dimentica la Sicilia
(stadio Renzo Barbera di Palermo, 22 dicembre 2002)

E potrei andare avanti ancora un po’, ma sto sudando in questa mattina romana senza vento alcuno.

Allora trovo la chiusura di queste righe, parla Giuseppe Ayala, altro membro del pool antimafia, ricordando l’incontro tra lui e Falcone dopo il fallito attentato alla villa dell’Addaura il 20 giugno 1989:

- “Ci guardammo senza parlare e ci venne in mente la stessa cosa a tutti e due: ma questa, solo mafia è?”

domenica 22 luglio 2007

Veleno

In attesa di una puntata de L'ottavo nano in replica su Raisat Premium, mi sono imbattuto nella pubblicità del Moment Act ("Per un'azione mirata!"), che altro non è che la versione potenziata del Moment200 "classico". In pratica contiene il doppio della quantità di principio attivo (l'ibruprofene): 400mg contro 200mg. Se hai un mal di testa - di denti, nevralgie varie, dolori muscolari, dolori osteoarticolari, dolori mestruali - più forte (di che? di cosa?), converrà sicuramente prenderlo.
Chi mi conosce sa che non faccio uso di questo tipo di droghe. Credo che l'ultimo composto chimico ingurgitato sia stato un'aspirina (in preda al tipico mal di testa post sbornia e con un pranzo imminente, ci scommetto), direi più di 5 o 6 anni fa.
Ora, sarò stato sicuramente fortunato, ma l'idea che il non prendere medicine sia il vero motivo che spinga il mio umile corpicino a non ammalarsi da tempo immemore, prende sempre più piede in una testa, la mia, da sempre ben predisposta all'idea del "complotto" universale.

giovedì 19 luglio 2007

Passano gli anni ma 15 son lunghi

E' un po' che me (ve) la meno con post introspettivi, allora eccomi di nuovo a voi con un po' di sana denuncia civile. Che non costa niente e ci fa stare con l'animo in pace (c'è ironia in tutto cio', un bravo scrittore non dovrebbe specificarlo).

Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a casa di amici, Paolo Borsellino si reca insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove vive sua madre. Una Fiat 126, caricata con circa 100 kg di tritolo, esplode nei pressi dell'abitazione, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto è Antonino Vullo.

15 anni.
La procura della Repubblica di Caltanissetta indaga sul probabile coinvolgimento di apparati deviati dei servizi segreti nella strage di via D’Amelio. Ci sono voluti quindici anni. Basettoni e Manetta, con l'indispensabile aiuto di Topolino, della bislaccheria di Pippo e perchè no, dell'acume di Gancio "il dritto", avrebbero fatto sicuramente meglio.
“Piuttosto che niente, meglio piuttosto”, diceva mia nonna:

Dal 23 maggio (omicidio Falcone), il “condannato a morte” (parole sue in un intervista rilasciata a “Micromega”) Borsellino lavorò forsennatamente – “Devo fare presto”, ripeteva a familiari ed amici - appuntando tutto il materiale raccolto sull’ormai tristemente famosa agenda rossa, ovviamente (come la busta gialla di Mauro De Mauro, la pagina del libro di volo relativa al 20 luglio 80, i proiettili che trapassarono la testa di Tenco, la pistola usata per uccidere Fortugno) mai ritrovata.

Troppe leggerezze, troppi “errori” che si attribuiscono con difficoltà solo all’incompetenza, cazzo.
Come mai, se solo 60 giorni prima era stato fatto brillare Falcone con la sua scorta, non era stata prevista una bonifica della zona? Come mai non era stata istituita una zona rimozione in quella porzione di via che ospitava poco distante, al civico 68, un covo dei Madonia?

Il pericolo era reale, palpabile, ricordo persino io, adolescente brufoloso, la tensione di quell’anno, di quei mesi, quella sensazione di terreno instabile sotto i piedi: “è arrivato in città il carico di tritolo per me''' confidò Borsellino all’amico Pippo Tricoli (docente di Storia Moderna e Contemporanea presso l'Università di Palermo) lo stesso 19 luglio.

Perché sono state archiviate frettolosamente le indagini relative al Castello Utveggio, luogo da dove partirono, subito dopo l’attentato, chiamate dal telefono clonato di Borsellino a quello del funzionario del Sisde Bruno Contrada?

- Bruno Contrada è stato condannato a dieci anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa.
L’inchiesta si focalizza sui rapporti ambigui che Contrada, avrebbe avuto, con la mafia e in particolare con il boss di San Lorenzo, Rosario Riccobono, eliminato con il metodo della “lupara bianca” durante la guerra tra le cosche negli anni ’80. Tra gli accusatori, dell’ex agente del Sisde, ci sono stati diversi collaboratori di giustizia: Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo, Giuseppe Marchese, Rosario Spatola. Dopo di loro, altri pentiti di primo piano, tra i quali Francesco Marino Mannoia, Salvatore Cancemi, Ghiacchino Pennino, Angelo Siino e Giovanni Brusca, hanno sostenuto che Contrada era “a disposizione” di alcuni esponenti mafiosi.


Perché Nicola Mancino (allora Ministro dell’Interno) chiese a Borsellino, intento nell’interrogatorio di Gaspare Mutolo (detto “Asparino”, compagno di cella e uomo di fiducia di Totò Riina), di incontrare il capo della Polizia Parisi e il funzionario del Sisde Contrada? Cosa si dissero? Perché Borsellino ne uscì talmente sconvolto, come raccontò lo stesso Mutolo, da “tenere in mano due sigarette contemporaneamente”?

Secondo Salvatore Borsellino, il fratello Paolo è stato ucciso dai servizi segreti. Da lì è partito l'ordine. Lo hanno fatto saltare in aria in via D'Amelio quando hanno capito che Paolo era diventato un pericolo per quella parte dello stato che aveva deciso di trattare con Cosa Nostra. Lui era contrario, per questo l'hanno eliminato.
L’agenda rossa è sparita ma ne esiste un’altra, di colore grigio, mai uscita da casa Borsellino:

1 Luglio ore 19:30: Mancino

Mancino continua a negare l’incontro in perfetto stile democristiano, nonostante lo stesso Vittorio Aliquò (all'epoca procuratore aggiunto) ha dichiarato di aver accompagnato Paolo fino alla soglia dell'ufficio di Mancino.

Io mi ostino a credere che basti cercar meglio o forse non dare mai niente per scontato, un po’ come ne La lettera rubata (Edgar Allan Poe, 1845). Sì, forse l’agenda rossa è posata lì sulla scrivania, a destra, sotto qualche foglio ed un paio di timbri, proprio di fianco al telefono.
Nell’ufficio di Mancino.

Alla fine i miei occhi, facendo il giro della stanza, si posarono su un insignificante portadocumenti di cartone filigranato, che era appeso con un sudicio nastro blu a un chiodo di ottone, proprio al centro del caminetto. Nel portacarte, diviso in tre o quattro scomparti, c'erano cinque o sei biglietti da visita, e un'unica lettera, molto sporca e spiegazzata. La lettera era quasi strappata in due, proprio nel mezzo: sembrava che qualcuno, dopo aver avuto in un primo momento l'idea di farla a pezzi come cosa senza valore, poi si fosse fermato, oppure avesse cambiato idea. Recava un grande sigillo nero, dove erano impresse in bella evidenza le iniziali di D***; l'indirizzo, scritto in una minuta calligrafia femminile, era quello del ministro. Era stata infilata con negligenza – perfino con disprezzo, sembrava – in uno degli scomparti superiori del portacarte.
Mi bastò un'occhiata per capire che quella era la lettera che stavo cercando.