lunedì 18 gennaio 2010

Orto e porco, ricchezza della casa

Collegandomi ad un recente articolo de La Repubblica di qualche giorno fa, in cui si elencavano i cibi - credo 12 - che farebbero vivere più a lungo (amenità tipo mirtillo, zucca e prugne secche) volevo riportare il menù della cena in onore di Sant'Antonio Abate, "invocato in Occidente come patrono dei macellai e salumai, dei contadini e degli allevatori" (da wikipedia), svoltasi ieri sera in Contrada Palazzo numero 11, presso il ristorante La Bilancia di Loreto Aprutino (Pescara).

Al grido di "se volete, c'è anche qualche paste", e ricordando che, per dirla con Palla, "con o senza il dio io sto dalla parte del porco", mi premeva quindi dirvi che durante il pasto, pardon, il convivio, si sono succeduti questi piatti, tutti a base di maiale:

- Pinzimonio a tutto pasto
coppa di testa
pizza con "sfricoli"
pasta di salsiccia
pancetta e peperoni secchi fritti
piedini, orecchie e musetti
fagioli del tavo con cotiche

- Primi piatti
Quadrucci in brodo di testa
Fettuccine al guanciale stagionato

- La pietanza
Cif Ciaf e polenta e ceci

- Contorni
insalata

- Caffè, digestivi e acqua minerale
- Vino Azienda Agricola Ciaccione

E, come nella vita, tutto va a finire sempre a:
tarallucci e vino cotto.


La serata è stata anticipata dal falò purificatorio e allietata dalla rappresentazione de "Lu Sant'Antonio".

lunedì 11 gennaio 2010

Tirare in porta, per esempio.

La noia la noia la noia la noia la noia
io non ci vivo più
restaci tu qui
soffrirò di nostalgia
ma devo uscire fuori da qui


(Da La noia, in Vado al massimo - Vasco Rossi, 1982)


Da - seppur ormai infreddolito - tifoso juventino, vorrei sfogarmi dicendo semplicemente che mi sono rotto le palle, non delle sconfitte pessime e delle figure di merda, ma del fatto che puntualmente mi annoio, da anni a questa parte (eccezion fatta per qualche stella cadente, vedi partite col real) mi annoio terribilmente.
Sì, ad ogni partita della juve io mi annoio.
La Juventus mi produce noia, ovvero la "sensazione sgradevole prodotta dal ripetersi monotono delle stesse azioni, dalla mancanza di distrazioni, da uno stato di inerzia o di tristezza" (dal dizionario Garzanti online).

Che si vinca, si perda o si pareggi, sono sempre partite di merda, brutte fino all'ossesso. Di quelle che inizio in un forsennato zapping più o meno al 16' del primo tempo prima di vedere gli ultimi 5 minuti pre intervallo e capire che nulla è cambiato e che nulla cambierà.
Poi, rinfrancato dall'ennesima birra, provo a vedere se l'ipotetica e classica strigliata negli spogliatoi sia servita a qualcosa salvo poi accorgermi del contrario. Forse perchè è stata proprio la strigliata a mancare. Ma che vuoi, Ferrara è un bravo ragazzo.

Provo ancora per qualche minuto e poi mi butto su Fox, dove sicuramente ci sarà Homer alle prese con qualche ciambella.
Verso il 15' del secondo tempo torno dai bianconeri perchè quella puntata dei Simpson l'ho vista tipo 28 volte, così mi accorgo che stiamo giocando allo stesso modo, senza manco un minimo di aggressività nonostante lo svantaggio, arrivato per una cazzata di Felipe Melo.
Allora preghi almeno in un cambio che io avrei fatto ad inizio ripresa e invece tocca aspettare altri e dieci minuti prima di vedere entrare Del Piero in calzamaglia che, come da pronostico, continua imperterrito nel tentare i dribbling di una volta, con la differenza di farli ad una velocità buona per la partita di calciotto del mercoledì sera con gli amici di sempre, di quelle partite che

- Amico 1: "Cazzo Amico 2, ne manca uno, siamo 15, Amico 3 ha avuto un contrattempo, hai mica qualcuno da chiamare?"
- Amico 2: "Posso provare a dirlo ad Alex, è un po' che non gioca ma l'altra sera al pub mi aveva chiesto di chiamarlo se serviva."

E poi arriva Alex, in calzamaglia.
Che alla fine almeno ci prova, a mezzo all'ora ma ci prova, e riesce addirittura a guadagnarsi tre calci di punizione in 15 minuti, cosa che non era riuscita ad Amauri per tutta la partita, troppo preoccupato ad apparecchiare la tavola sulla sua testa per farci banchettare Nesta o Thiago Silva.

Insomma, se fossero ancora in onda, tornerei a vedere Homer per la 29esima volta. Poi mi accorgo che le fregature di Sky ogni tanto aiutano e allora mi sposto su Fox+1 e riesco a collegarmi di nuovo con Springfield. Stappandomi un'altra birra.

martedì 22 dicembre 2009

Scampoli d'assenza

Poi uno si accorge che non scrive su queste pagine da troppo tempo e che ogni volta che decide di scrivere una cosa, su qualcosa, la detta cosa perda di importanza nel secondo successivo e allora ti rendi conto di essere un po’ vittima di questo sistema, che ti bombarda senza lasciarti il tempo di pensarci su, di startene seduto semplicemente a pensare.
Che so, magari in stazione se solo ci fossero ancora le panchine nelle stazioni, in quelle nuove o lucidate intendo, perché in quelle di una volta le panchine c'erano, e c'erano addirittura le sale d’attesa, magari tra un binario e l’altro, semplicemente per ripararsi dal freddo. Allora ci pensi mezzo secondo e capisci che le sedie e le panchine non ci sono più solo perché erano rifugio dei miserabili, di quelli che stavan lì a cercar calore. Semplicemente. E poi uscivano via la mattina, quasi per pudore.
Invece poi viene fuori ancora quello lì, a dire che l’amore vince sull’odio, quasi a considerarsi depositario dell’amore. Dio mio che bestemmia! Che basterebbe magari ricordarsele le cose, le offese ripetute, e la voglia di sentirsi diversi, di poter odiare senza utilizzarne il verbo.
Allora viva anche le guglie in miniatura. Chissà quanto sia difficile rimettere a posto una faccia finta: si riuscirà mai a farla tornare veramente finta come prima?
Così uno fatica a crederci, ma quello lì alla televisione (diverso da quello delle televisioni) è riuscito a portare anche l’arma del fallito attentato in studio, e risulta davvero strano dover rimpiangere i modellini in scala di case e appartamenti o biciclette con pedali insanguinati. Sì, devo proprio dire che il neo aumento del canone (da 107,5 a 109 euro) è davvero meritato.
In ogni caso buon Natale e scusate la voglia di non scrivere ma si trema in questi giorni e le energie sono tutte spinte verso il tremolio.
Poi chissà, forse il mare d’inverno farà partire un polverizzatore natalizio o una cronaca del “classico” Palma contro Pacmania o forse niente, il vento continuerà a pungere senza colorarci di bianco e tu di nuovo a maledire la stagione che un tempo anche sulla riva si dava un sacco da fare, e tra pupazzi e pallate ti dava anche da fare.
Ma si sa, le stagioni non sono più quelle di una volta.

venerdì 27 novembre 2009

G

Fu un periodo d’oro quello tra la fine degli anni 80 e la prima metà dei 90, specialmente in due categorie di peso, medi (limite 72,58 kg) e supermedi (76,20). Parlo di pugilato ovviamente.

C’erano un sacco di atleti, pugili dal talento più o meno spiccato. Tutti neri come il carbone. E tutti, per dirla in gergo, che “facevano male”. E non è questione di muscoli o altre cose, nessuno la saprà mai spiegare questa cosa qui ma il pugile ci nasce così, hai voglia a far pesi e figure in palestra, se “fai male” lo fai a prescindere. Bum, luci spente.

Si chiamavano Bernard “The Executioner” Hopkins, Roy Jones “Junior”, James “Lights Out” Toney, Thulani “Sugar Boy” Malinga, Chris “Simply the Best” Eubank, Micheal “Second to” Nunn, Iran “The Blade” Barkley, Julian “The Hawk” Jackson, e bastava osservarli sul ring o leggere dei loro risultati per smettere di sorridere ascoltandone i soprannomi.

“The Dark Destroyer” e “The G-Man” ad esempio, si incontrarono una volta sola, il 25 febbraio del 1995, con in palio il titolo mondiale dei supermedi versione WBC. Nessuno si dimenticherà più di quell’incontro, non solo perché venne definito “Fight of the Year” da KO Magazine.

Il distruttore nero rispondeva al nome di Nigel Benn, trentuno anni, inglese dei sobborghi di Londra, indiscusso campione in carica da tre anni, alla settima difesa del titolo. Due sconfitte, un pari e 39 vittorie, 32 delle quali per KO.

La G invece stava per Gerald, Gerald McClellan, ventisettenne statunitense di Freeport, nell’Illinois, 31 vittorie, 2 sconfitte, 29 KO. Nell’ultimo anno e mezzo, per capirci, “The G-man” aveva difeso per tre volte il titolo dei medi senza mai sentire la seconda campana: tre vittorie al primo round. Come contro Jeff Bell, finito al tappeto dopo venti secondi, a seguito di un terrificante montante sinistro al plesso solare: il più veloce ko nella storia dei mondiali dei pesi medi.

Poi la mancanza di stimoli e i sempre più frequenti problemi con la bilancia ed eccoci al 25 febbraio, a casa del detentore, in una London Arena gremita fino al soffitto.

Gli scommettitori danno sfavorito il campione 4-1 ma il pubblico sembra non curarsene. Almeno fino all'inizio del match, almeno fino a quando si rimane ad ascoltare le presentazioni del biondo Jimmy Lennon Jr, il ring announcer figlio d’arte più famoso d’america.
Poi si inizia e McClellan è una furia, il destro è una saetta e il gancio sinistro – il suo marchio di fabbrica – pronto a chiudere ogni combinazione. Benn, prova a schivare molto basso e molto veloce, come suo solito, ma non serve: bastano 35 secondi e il distruttore è investito da una serie di colpi che lo scaraventano fuori dalle corde, con la schiena quasi sul tavolo dei giornalisti.

L’arbitro, il francese Alfred Asaro, inizia la sua pessima prestazione contando in maniera molto lenta, permettendo al campione di scuotere la testa e rientrare, prima di venire nuovamente aggredito da G-Man. E’ una prima ripresa da incubo per Benn, che cerca di legare e sfuggire giocando con le corde, aiutato ancora dall’arbitro, autore di una serie di interventi incomprensibili (“What is this guy doing?”, si chiede incredulo il telecronista). A 22 secondi dal termine, Benn mette a segno un gancio sinistro di rimessa, McClellan è costretto ad indietreggiare per la prima volta. Non sarà l'ultima.

Inizia così una battaglia selvaggia con i due a massaggiarsi fianchi e mandibole in mezzo ad una bolgia che pare di essere all’Old Trafford in cui ogni colpo somiglia al gol decisivo.
Così alla seconda ripresa, alla terza, quarta e quinta e sesta, quando un gancio destro di Benn fa volare il paradenti di McClennan tra l’esultanza di Frank Bruno, appostato a bordo ring nell’imponenza della sua giacca rossa.

A trenta secondi dalla fine dell’ottava è un diretto destro ad aprire la strada, Benn è alle corde, ne subisce un altro e un altro ancora prima di cadere in avanti sul suo stesso disperato tentativo di rientrare col gancio sinistro. E’ il secondo conteggio.
Il primo colpo della nona è ancora un diretto destro, ancora di G-man, ma è Benn a venire fuori a metà ripresa, con un gancio destro molto preciso ma talmente sbracciato e scomposto da farlo sbilanciare verso il rivale. Le due teste si toccano, i dredd del campione finiscono negli occhi di McClennan che si lamenta tra i fischi del pubblico e la nullafacenza dell'arbitro.

Decima ripresa:
McClellan sembra più in palla, saltella e gira intorno al campione che pare subirne la freschezza. Dopo un minuto però, è Benn a scegliere bene il tempo, incrociando il sinistro di G-Man con un destro che non credi sia più definitivo degli altri. Passa un secondo e McClellan mette un ginocchio a terra. L’arbitro inizia il conteggio fissando il pugile negli occhi. G-man si alza al sette, sul cronometro ancora 1 minuto e 51 secondi. Il campione incalza lo sfidante che cerca disperatamente di legare. Poi ancora un montante destro e il ginocchio di G è di nuovo al tappeto:
le telecamere indugiano sul suo volto, con le palpebre che sbattono con più frequenza del solito così come il fiato dalla bocca e gli occhi a guardare il delirio degli spalti e le mascelle che si contraggono. L’arbitro continua il conteggio con G sempre nella stessa posizione, il ginocchio destro a terra e il braccio sinistro poggiato sull’altra gamba, pronto a far forza per rialzarsi.
Lo farà, ma all’undicesimo secondo, dirigendosi verso l’angolo con calma e senza curarsi delle braccia al cielo di Benn.

Arrivato all’angolo G rimane per un attimo in piedi, prima di sedersi per terra rifiutando lo sgabello, con le braccia poggiate alle corde.
G fa appena in tempo a muovere un po’ la testa e forse a rispondere ad un paio di domande del dottore prima di infilarsi in un abisso dal quale non uscirà più.

Gerald McClellan viene trasportato al Royal London Hospital. Il giorno dopo gli verrà asportato dal cervello un ematoma di cinque centimetri di diametro, ma non servirà ad assicurargli la vita di prima.

Dopo undici giorni di coma e speranze, McClellan torna a casa. Cieco, con l’80% di invalidità e praticamente senza memoria.
Abbandonato dalla moglie e dai tre figli, vive sotto la costante cura della sorella e delle cugine che continuano ad ipotecare beni per poter proseguire le cure di Gerald. “This is my money maker”, ripete balbettando G stringendosi il pugno.

Da quel 25 febbraio nessun pugile a parte Roy Jones Jr (fondatore anche della fondazione McClellan) è mai andato a trovare G-Man, forse per lo spettro di potersi ritrovare in quella situazione, senza riuscire a camminare o a tenere un bicchiere in mano. O più probabilmente per vigliaccheria.

Con 12 anni di ritardo, il 24 febbraio del 2007, il mondo della boxe si riunisce a Londra per McClellan, c’è anche Nigel Benn, “il distruttore nero”, che nel frattempo si è trasferito a Maiorca, dov'é diventato un ministro di culto di fede cristiana.
Nel corso della serata sono stati raccolti 175.000 dollari a favore di McClellan e 25000 dollari a testa da parte dei padri padroni del pugilato contemporaneo, Don King e Frankie Warren.

Un grande gesto, considerando che quel 25 febbraio 1995, Don King, organizzatore della serata, intascò tra spese e percentuali, il 70% dei 400 milioni di borsa.

www.geraldmcclellan.com

giovedì 26 novembre 2009

Influenze

Andare ad ascoltare i Tortoise dopo aver passato buona parte del pomeriggio nella curva Maratona a sentire le varie versioni di Sloop John B in salsa granata, è stata un'esperienza piuttosto interessante.

Se ci mettete anche la serata di Champions League lasciata volentieri ad ammuffire nel televisore spento (e meno male a 'sto punto), si capisce subito perché stanotte mi è parso di dormire in una bolla di sapone, fluttuando in un settore qualunque di uno stadio qualunque.

mercoledì 18 novembre 2009

Tutto merito dei baffi

Si va be', questi ci stanno per privatizzare pure l'acqua (la prossima vittima pare sia l'aria, come la vedete una società del tipo "Aria di Roma S.p.A.?) ma la notizia del periodo è sicuramente quella legata al mio nuovo mito ufficiale: Marco Predolin.

martedì 10 novembre 2009

Gegiù

Non intendo cantare la gloria
né invocare la grazia e il perdono
di chi penso non fu altri che un uomo
come Dio passato alla storia
ma inumano è pur sempre l'amore
di chi rantola senza rancore
perdonando con l'ultima voce
chi lo uccide fra le braccia di una croce.


(da Si chiamava Gesù, in Volume I - Fabrizio De André, 1967)



A. Fermo restando il mio totale ateismo della seconda ora (perché durante la prima no, proprio no) vorrei comunicare in scioltezza delle cose di una banalità sconcertante.
Rubo allora da Corrado Augias quando rispose così a chi lo interpellava sulla questione crocifisso in classe a seguito della sentenza della corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo:

Primo: il crocifisso è un simbolo religioso, non politico o sportivo. Secondo: questo simbolo identifica una precisa religione, una soltanto. Terzo: dunque la sua esposizione obbligatoria nelle scuole fa violenza a chi coltiva una diversa fede, o altrimenti a chi non ne ha nessuna. Quarto: la supremazia di una confessione religiosa sulle altre offende a propria volta la libertà di religione, nonché il principio di laicità delle istituzioni pubbliche che ne rappresenta il più immediato corollario.

B. Successivamente, ad un lettore che lo accusava di non capire – ma qui si passa all’ora di religione – che “la cultura giudaico-cristiana fa parte – le piaccia o meno – delle nostre radici storico-culturali come anche la libertà di aderire o meno a questi insegnamenti”, ribatteva argomentando questa frase che per quanto mi riguarda basta da sola:

la scuola pubblica di uno stato laico è un luogo dove si insegnano delle discipline, non una fede. Per conseguenza se un prof di religione racconta la storia del cristianesimo e di altre religioni, le compara e ne discute, io non ho obiezioni.


Detto ciò, sarebbe interessante analizzare - tornando al punto A – le farneticazioni del nostro ministro della difesa, che non è Walter Samuel (quand’era in maglia giallorosa) ma Ignazio La Russa, ospite qualche giorno fa all’interno della seconda vita di Lamberto Sposini su questa terra:

1. - La Russa (parlando del matematico Piergiorgio Odifreddi): “Non ha alcun titolo scientifico per essere un esperto di religione.”

Ora, considerando la completa idiozia di questa affermazione, vorrei che a rispondere fosse un giudice di Springfield, nella puntata in cui la sempre scettica Lisa Simpson è l’unica a non credere che lo scheletro trovato sotto terra, sia davvero quello di un angelo (infatti poi si scoprirà essere una pubblicità di un centro commerciale di prossima apertura):

- Giudice di Springfield: “Riguardo la scienza contro la religione emetto un’ordinanza restrittiva: la religione deve tenersi a duecento metri di distanza dalla scienza.”

2. Non contento, il ministro prosegue: “Dicevano delle sciocchezze enormi, hanno pure detto che il crocifisso deriva da una legge fascista e lei non gli ha detto niente.”

Chiamo qui a rispondere "la legge fascista" e precisamente la circolare del ministero della Pubblica istruzione n. 68 del 22 novembre il 1922:

In questi ultimi anni, in molte scuole primarie del Regno l’immagine di Cristo ed il ritratto del Re sono stati tolti. Ciò costituisce una violazione manifesta e non tollerabile e soprattutto un danno alla religione dominante dello Stato così come all’unità della nazione. Intimiamo allora a tutte le amministrazioni comunali del regno l’ordine di ristabilire nelle scuole che ne sono sprovviste i due simboli incoronati della fede e del sentimento patriottico.

E ancora (articolo 118 del Regio Decreto n. 965 del 30 aprile 1924: regolamento interno degli istituti d’istruzione secondari del Regno):

Ogni scuola deve avere la bandiera nazionale, ogni aula il crocifisso e il ritratto del Re.

3. A chiusura del suo prezioso intervento (senza contare che era stato invitato per parlare della Giornata delle Forza Armate), il ministro vien fuori da par suo, di gran classe, tessendo in poche righe una sorta di elogio della coerenza:

“E comunque non lo leveremo, il crocifisso. Possono morire. Il crocifisso resterà in tutte le aule della scuola, in tutte le aule pubbliche. Possano morire. Possano morire, loro e quei finti organismi internazionali che non contano nulla.”

Qui non ho testi a mio favore. Sono morti tutti dal ridere. O almeno così mi hanno detto.

martedì 3 novembre 2009

Dopo 17 anni

Così, al volo:
Santoro mi è antipatico e spesso anche la redazione che lo circonda.

Però ieri ho visto la puntata "Verità nascoste" sul caso Ciancimino e i rapporti tra mafia e politica (andata in onda l'8 ottobre scorso) e ancora una volta mi sono reso conto che trasmissioni del genere, almeno qui da noi, in Italia, non esistono.

Nuove rivelazioni, interviste fatte come si deve, il pubblico in sala che incredibilmente non applaude né fischia, nomi e fatti documentati.
Insomma, quello che dovrebbe essere giornalismo (ok, non siamo alla perfezione ma mi accontento).

E allora che ne invochino pure la chiusura, io resterò in attesa che un enorme culo (quello che sicuramente sostituirebbe Annozero) li seppellirà.
Che a pensarci bene, non è manco un brutto affare.

lunedì 2 novembre 2009

Che ci faccio io qui?

Lo so, questo pensiero d'essenza sarà letto tra qualche ora su ogni quotidiano.
Però è bello. Come l'adattamento non coordinato al momento storico e con le esigenze di molti - forse troppi - e il destino che ti vuole all'esterno solo per il piacere di chi si troverà dentro in futuro. La mente fuori giri e la cinghia mai a tempo con gli alberi senza che la potenza ne risenta.

Chissà, forse siamo noi a crescere i geni. Con il nostro continuo tentativo di legarli:

"Sono una piccola ape furibonda. Mi piace cambiare colore. Mi piace cambiare di misura".

Alda Merini (1931 - 2009)

venerdì 30 ottobre 2009

Prospettive

In ritardo come qualsiasi treno battente bandiera Trenitalia (come ad esempio tutti quelli presi negli scorsi tre giorni), vorrei chiudere definitivamente ogni polemica e questione - socio, psico, antropo, pneumo, scato e tutte le cose che si possono anteporre a logica - associate al caso Marrazzo.
In realtà, ancora una volta, scopiazzo come neanche fecero Zeman e Sacchi con Galeone, prendendo in prestito un botta e risposta scritto da mani sapienti sullo sciacquone del bagno degli uomini al Piccolo di Piazza Verdi, a Bologna:

- Prima mano: "W la figa!"
- Seconda mano: "Hai mai provato il cazzo?"

lunedì 26 ottobre 2009

40

L'amore è uno smisurato ossario
di decadenza,
Il latte versato degli eroi,
Distruzione di fazzoletti di seta
causata da tempeste di polvere,
Carezza d'eroi legati ai pali con una benda sugli occhi;
Vittime di delitti ammessi a questa vita,
Scheletri che barattano dita e giunture,
La carne tremolante degli elefanti della gentilezza
dilaniata da avvoltoi,
Concetti di delicate rotule,
Paura di ratti strillanti di batteri,
Fredda Speranza del Golgota per la Speranza d'Oro,
Umide foglie d'autunno contro
il legno delle navi,
La delicata immagine di colla del cavalluccio marino,
Non più sentimentali "Ti amo",
Morte per lunga esposizione alla degradazione,
Esseri misteriosi spaventosi affascinanti
che nascondono il loro sesso,
Pezzi della materia di Buddha congelati
e microscopicamente affettati
In Obitori del Nord,
Mele peni che vanno in malora,
Le gole tagliate più numerose della sabbia -
Come baciare il mio micino sulla pancia
La morbidezza della nostra ricompensa


(230a strofa, in Mexico City Blues - Jack Kerouac, 1959)

E sì che me l'ero anche segnato in agenda (dovete sapere che ho un'agenda, serve per far finta di avere impegni): "40° anniversario morte ti-jean", perché volevo omaggiarlo a dovere in questo mondo dove le cosiddette "cifre tonde" hanno più importanza di altre. Chissà perché poi.

Allora lo faccio adesso, citando una ricostruzione in cui ci si possono trovare un sacco di cose.
E perché, come scrivevo ieri (ma non andate a cercare in queste pagine, ero da tutt'altra parte), con certe persone, pochissime in realtà, non ci sono scadenze:

The night of Sunday October 19, he couldn't sleep and lay out-side on his coat to watch the stars. The next morning after eating some tuna, he sat down in front the TV, notebook in hand, to plan a new novel; it was to be titled after his father's old shop: "The Spotlight Print."
Just getting out of bed Stella heard groans in the bathroom and found him on his knees, vomiting blood.
He told her he didn't want to go to the hospital, but he cooperated when the ambulance attendants arrived. As they were leaving , he said, "Stella, I hurt", which shocked her because it was the first time she had ever heard him complain. Then he shocked her even more by saying, for the second time since they had married, "Stella, I love you."

Less than a day later, on the morning of October 21, after twenty-six blood transfusions, Jean Louis Kerouac died in St. Anthony's Hospital of hemorrhaging esophageal varices, the classic drunkard's death.
On Dizzy Gillespie's birthday.


(da Memory Babe - a critical biography of Jack Kerouac - Gerald Nicosia, 1983)

martedì 20 ottobre 2009

"Amici sportivi, buonasera."

E’ che erano diversi i tempi, allo stadio si potevano addirittura suonare i tamburi senza chiedere il permesso alla questura, i cancelli aprivano davvero ore prima ma nonostante il terrificante anticipo finiva sempre che ti ritrovavi scomodo, tu, piccolino, rigorosamente in piedi per tutta la partita in mezzo a quei buzzurri che amavi e odiavi e che alla fine prendevano sempre i posti migliori nonostante l’orgoglio non troppo esibito da noi finti adulti glabri. E dovevi pure considerarti fortunato a trovare sui gradoni ghiacciati un posto per il tuo culetto durante l’intervallo.

Così capitava che i fumogeni scagliati a raffica con relativa sciarpa a coprire naso e bocca, il bordello tipico della curva e il mega bandierone che puntualmente ti sventolava davanti gli occhi, ti facessero perdere un qualsiasi gol durante i primi 5 minuti, soprattutto se capitava dall’altra parte, sotto alla sud.
Accadeva allora che l’unico modo per capire come l’avessero buttata dentro - il vantaggio di Allegri col Milan o quello di Bivi contro l’Ancona ad esempio - era arrivare a casa e attendere le 18e10. Rai Uno. 90° minuto. Ovviamente.
E dovevi pure arrivare puntuale di fronte al televisore, perché spesso capitava che le squadre e le partite meno importanti venissero mostrate per prime. Pescara, i biancazzurri, non sfuggivano a questa legge.
Altre volte, quando la traferta era troppo distante e i nastri non arrivavano in tempo in redazione, quando si era in B o addirittura in C come negli ultimi anni, toccava aspettare il lunedì dopo pranzo, appena tornati da scuola, verso le 14e20, in coda al TgRegionale su Rai3.

In ogni caso, la linea la prendeva sempre lui, Mario Santarelli, con il suo marchio di fabbrica, quel “Amici sportivi, buonasera” che apriva le danze, insieme con la classica fotografia dell’Adriatico gremito alle sue spalle. O con la piscina de Le Naiadi e il palazzetto di via Elettra, quando vincevamo in Europa con la pallanuoto e galleggiavamo in serie A con la pallacanestro. I magnifici anni '80.

Un pezzo della mia infanzia, la colonna portante dei miei ricordi sportivi abruzzesi. In Rai, redazione sport, da prima che io nascessi, per arrivare alla recente pensione giusto un paio di anni fa. Lui che ovviamente era diventato uno di casa, fino a vedergli i capelli sfumare sul bianco e il volto segnarsi di saggezza, con le gote rossastre, quasi da nonno, uno che lo capivi dalla faccia se il Pescara o la Vastese (un po’ meno la Juve) avessero vinto o perso.
Lui, con la cadenza chiaramente abruzzese e la voglia di elevarsi a cronista nazionale, con quelle espressioni, quei vocaboli un po’ meno comuni, forse perché non troppo pertinenti o più probabilmente perché in disuso, figli di un calcio in agonia: “compagine”, “a protezione dei sedici metri”, “zona nevralgica del campo” per citarne alcuni. Non dimenticherò mai la sua classica “Brutta battuta d'arresto per la compagine biancazzurra”, detta con voce contrita, dispiaciuta, quasi controvoglia. No, non possiamo aver perso.

Mario Santarelli è morto il 17 ottobre scorso, proprio alla vigilia della partita che avrebbe riportato il Pescara in vetta, in testa. Come piaceva a lui.

Allora non potevo che dirgli grazie, per tutte queste cose. Perché sono cresciuto anche con lui. In serie A.

venerdì 16 ottobre 2009

Un calendario per Matteoli


C'è il sole e l'aria punge, allora, prima di uscire vorrei segnalare che il ministro Matteoli, a Skytg24, ha dichiarato che i lavori per la costruzione del ponte inizieranno il 23 dicembre 2009. Mercoledì.

Ora, non ci vuole un genio per ricordarsi che il 25 si canta "tanti auguri Gesù Cristo", il 24 si parte con i preparativi, il 26 sarà sabato e il 27 - a meno che qualcosa non mi sfugga - sarà domenica, giorno in cui persino il figo in barba sfatta e capelli lunghi, si è riposato. Perlomeno la mattina.

Poi ci sarà il 31, San Silvestro, il tipico ultimo giorno dell'anno che, oltre a mani, dita mozzate e qualche morto, porta inevitabilmente all'inizio dell'anno nuovo, capodanno appunto. 1° gennaio.

Così si arriva al 2 gennaio 2010, un sabato che al solito precederà la domenica, in programma, salvo comunicazioni dell'ultimora, il 3 gennaio.
La befana, pardon, l'epifania del Signore, arriverà il 6 che è un mercoledì, in rosso (festa comandata si diceva una volta) sia sul calendario di frate indovino che su quello di Mara Carfagna.

Insomma, se tutto fila liscio, l'11 gennaio si incomincerà quantomeno a dire agli abitanti delle due sponde che dovranno lasciare le loro case. E mi sembra un buon modo per iniziare l'anno e dare un calcio alla crisi.
Sento già i brindisi da laggiù, con i bicchieri nelle mani di chi comanda sul serio.

Insomma, chi ben comincia è a metà dell'opera, anzi, della grande opera.

Ringraziando per la segnalazione Altintop, il terzo bronzo di Riace (che quei mari li solca che manco Achab), invito tutti i lettori ad andare a vedere quella meraviglia, prima che una colata di cemento escluda il nostro sguardo. Non si sa mai, magari lo tireranno sù per davvero.

martedì 13 ottobre 2009

Numeri e puntini.

Anche se sempre meno tassonomico del signor Valdoni, mi piacerebbe mettere un paio di puntini sulle i, anche se poi sulla i ce ne va uno solo.
Per farlo, vorrei partire da questa frase del miglior presidente degli ultimi 150 anni, all’indomani della bocciatura della consulta al Lodo Alfano:

“Meno male che Silvio c’è. Se non ci fosse Silvio con tutto il suo governo, con un supporto del 70 per cento degli italiani, saremmo in mano a una sinistra che farebbe del nostro paese quello che tutti sapete. Quindi va bene così.”

Al solito, secondo non si sa bene quali sondaggi, siamo quindi al 70 per cento. Per mettere i puntini, saccheggio a piene mani dal blog di Zucconi. Niente di nuovo c'è da dire, ma mi accorgo che alcuni dei suoi elettori - almeno quelli con cui ho parlato domenica a pranzo, di fronte a degli ottimi maltagliati con porcini e asparagi - ci credono sul serio. Rieccoci allora al motivo dei puntini:

"- La percentuale di voti conseguiti dall’alleanza di Centro Destra nell’aprile del 2008 è, come si può vedere dal sito ufficiale del Ministero degli Interni, del 46,8 %, naturalmente più della coalizione opposta (37,5%). E’ dunque una maggioranza soltanto relativa, ben lontana da quel plebiscito che ora viene spacciato confondendolo con la cifra del sondaggio casareccio. La maggioranza degli italiani che votarono nel 2008, scelsero di NON votare per il centro destra (53,2%). Mentre il partito con il suo nome ottenne appena il 37,4%, non proprio una vittoria per acclamazione.

- Alle Europee del 2009, il neonato Popolo della Libertà ebbe il 35,3%, arretrando nettamente rispetto alle politiche del 2008.

- Dalla discesa in campo nel 1994, il partito o i partiti con il marchio di Berlusconi non hanno mai ottenuto più che una vittoria relativa, al massimo poco più di un terzo del voti, grosso modo quello che otteneva la DC.

- Quando ci si chiede dove siano tutti questi elettori di Berlusconi che a volte si fatica a individuare tra i propri conoscenti e amici, basta ricordare che da 15 anni, testardamente 2 italiani su 3, e molti di più contando gli astenuti, rifiutano di votare per lui."


Detto questo, continuo a fare man bassa di scritti e letture altrui, e questa volta, ringraziando il sempre ottimo Lucha, non posso non continuare a citare uno che vedeva un po’ meglio di molti altri. E no, non era una questione di occhiali.
Chiamatela civiltà dei consumi, chiamatelo Berlusconismo. Chiamatelo come vi pare. Questo è, buona lettura:

“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane. L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?
No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi.[...] La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre”.


Pierpaolo Pasolini, “Corriere della Sera”, 9 dicembre 1973

giovedì 8 ottobre 2009

Sono andato a letto presto

(ANSA) - ROMA, 7 OTT - La Consulta ha bocciato il 'lodo Alfano' per violazione dell'art.138 della Costituzione. Vale a dire l'obbligo di far ricorso a una legge costituzionale (e non ordinaria come quella usata dal 'lodo' per sospendere i processi nei confronti delle quattro piu' alte cariche dello Stato). Il 'lodo' e' stato bocciato anche per violazione dell'art.3 (principio di uguaglianza).

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- Max: "E' questo il tuo modo di vendicarti?"
- David "Noodles" Aaronson: "No, è il mio modo di vedere le cose."

(James Woods e Robert De Niro, in C'era una volta in America - Sergio Leone, 1984)

mercoledì 7 ottobre 2009

Diciamo che sono d'accordo

- "La stampa francese ha dedicato molti articoli, molto spazio alle vicende personali e alla vita privata di Silvio Berlusconi: guardando da qui, dalla Francia, che idea si è fatta?"

- "Credo che la vita privata debba rimanere tale, salvo quando, come in questo caso, non diventa pubblica e non mette a rischio il funzionamento delle istituzioni pubbliche, altrimenti tutto diventa dispersivo e sposta il dibattito politico su un terreno di voyerismo e in questo caso lo deploro.

Se la vita privata mette a rischio l'esercizio del potere, le decisioni che vengono prese o la dignità stessa del potere, diventa per forza di cose una faccenda pubblica ma se rimane nella sfera prettamente privata allora no. E questo è vero per Berlusconi che ha sconfinato nel campo pubblico, quindi è normale che ci sia un dibattito nel modo in cui la sua vita è stata rivelata.

Penso che la cosa importante sia il tipo di politica che fa Berlusconi e che valori incarna: trovo che i valori che incarna siano dei controvalori, non sono valori morali né di dignità, non sono valori di onestà, non sono valori di condivisione né di solidarietà ma di esibizionismo contrari alla serenità e alla dignità della politica.

Ovviamente si possono amare e apprezzare questo tipo di comportamenti ma io credo che la politica meriti cose più serie e pacate."


Ségolène Royal (intervista a SKY TG24, 7 ottobre 2009)

lunedì 5 ottobre 2009

Mi serve un polverizzatore Thompson (8)

- Via con lo scudo fiscale. Ale' Pesco, vai col turborovescio (ma questo era per Camporese se non sbaglio). Evviva. Giorgio poteva rimandarla indietro (per poi firmarla successivamente), certo, ma prima ancora sarebbero da mandare indietro, anzi a casa per manifesta unsaccodicose (almeno)

59 esponenti del PD
1. Argentin
2. Bersani
3. Boccuzzi
4. Boffa
5. Bucchino
6. Calearo Ciman
7. Calgaro
8. Capodicasa
9. Carra Enzo
10. Ceccuzzi
11. Cesario
12. Codurelli
13. D’Alema
14. Damiano
15. D’Antoni
16. De Micheli
17. Esposito
18. Fiano
19. Fioroni
20. Franceschini
21. Gaglione
22. Garofani
23. Giacomelli
24. Gozi
25. La Forgia
26. Levi
27. Lolli
28. Losacco
29. Maran
30. Marchignoli
31. Martino Pierdomenico
32. Meta
33. Mogherini Rebesani
34. Mosella
35. Picierno
36. Pistelli
37. Pollastrini
38. Pompili
39. Porta
40. Portas
41. Realacci
42. Rosato
43. Sani
44. Servodio
45. Tenaglia
46. Turco Livia
47. Vaccaro
48. Vassallo
49. Vernetti
50. Villecco Calipari
51. Zampa
IN MISSIONE
52. Bratti
53. Bindi
54. Cavallaro
55. Farina
56. Lusetti
57. Mecacci
58. Migliavacca
59. Rigoni
8 esponenti del UDC
1. Cesa
2. Ciccanti
3. Drago
4. Galletti
5. Mannino
6. Pisacane
IN MISSIONE
7. Volontè
8. Buttiglione
2 esponenti del IDV
1. Barbato
2. Cimadoro

- L’inter vince ancora una volta a tempo scaduto con lo Speciale Uno (che non è l'approfondimento in seconda serata di Rai1) che esulta che manco Mazzone contro l'Atalanta, mentre il nuovo che avanza (basta mettersi una bella camicia bianca) Ciro Ferrara, si ostina a fare entrare Grygera invece di uno cha la passa, magari alta, a quei tre caproni lì davanti. Grande vittoria dei biancazzurri contro la capolista e peccato per la magnifica rovesciata di Ganci (min 2:16) che, per dirla col telecronista di TVsei, “è un lusso che per poco non finisce in vetrina”. Chiudete le valigie, si va a Portogruaro!

- Intanto leggo che Berlusconi è ritenuto corresponsabile (perlomeno civilmente, sul penale sappiamo com'è andata) nella vicenda Mondadori-Cir-Fininvest e insomma, a volte capita che la legge la pensi come un normale cittadino, nel senso che sì, insomma, usano i tuoi soldi per favorirti e tu non ne sai nulla? Sai com’è gira talmente tanto denaro che 3 miliardi mi possono sfuggire. Dai su, non ci si può credere.

- Sulla stessa scia, domani la consulta vaglierà la costituzionalità del lodo Alfano. Un normale cittadino come la pensa secondo voi?

- Poi non so, ma questo fango che affoga Messina mi sembra percepito e mostrato come la Coppa Italia, una cosa da far vedere poco, parlarne ancora meno e con peso specifico che non appartiene manco più alla Coppa Uefa, pardon, Europa League. Così si potrebbe anche dire che il cordoglio a comando, espresso molto bene ormai dal minuto di raccoglimento su tutti i campi e dallo stucchevole applauso che accompagna la paura del silenzio, si è svolto questa volta solo negli stadi in cui erano impegnate le squadre siciliane. Padania libera e daghela al terun. Lombardo promette “Mai più abusi edilizi”. E questa, scusate, me la segno in agenda.

- Sul corriere, i 103 che hanno cavalcato contemporaneamente l’onda a Città del Capo risultano più importanti del gol di testa (da 45 metri) di Martin Palermo, del ritorno in vita del Petruzzelli e del McDonald’s che aprirà dentro al Louvre. Speriamo almeno in un impianto di aerazione migliore di quello alla stazione di Bologna dove oramai, come in tutte le stazioni (e non solo), le notizie non arrivano più in un baleno.

- Nel frattempo è morta Mercedes Sosa: gracias a ti, oltre che a la vida. Sarebbe stato bello vederti per l’ultima volta nel “Salone dei passi perduti”. Chissà se mai li ritroveremo.

- A proposito di donne con le palle, la nazionale di pallavolo - femminile, s'intende - ha vinto l’europeo schiantando l’Olanda in finale. Se avessero vinto gli uomini forse non sapremmo neanche che nel programma francese “Chi sarà il miglior sosia?”, la finta Pamela Anderson, ha fatto irruzione nuda nello studio. Era stata estromessa l’anno prima per lo stesso motivo. In un mondo non alla rovescia avrebbe vinto in entrambe le edizioni.

- In Grecia vincono i Socialisti. Vien da pensare che nella merda fino al collo, prima o poi si tenta di cambiar strategia. Insomma, come si diceva una volta: “quando l’acqua ti arriva al culo, cominci a pensare di imparare a nuotare.”
Caramanlis si è congratulato con Papandreou per la vittoria: “La sola strada onesta e responsabile per me è di assumere la responsabilità di questa sconfitta e di mettere in atto una procedura per convocare un congresso eccezionale del partito fra un mese. E’ chiaro che non sarò candidato”.
E’ chiaro? Ma davvero?!?.

- Fuori contesto - come tutto del resto - si potrebbe parlare anche del gran ritorno di Woody Allen e di Dio gay in quanto arredatore e della scarsa fiducia nell'umanità che ha bisogno di un cesso automatico perché non ha voglia manco di tirare ogni volta la catena. "Tirare la catena! Capisci?!?".

- Grazie a Woody mi sono ricordato perchè non andassi più al cinema di domenica pomeriggio: 7 euro per stare ai lati della seconda fila nonostante l'arrivo con venti minuti di anticipo (che sono forse una follia superiore ai 7 euro e al vendere biglietti per posti che potrebbero minare la salute delle spettatore).
Per i romani: ero al Tibur, mica all'Adriano.

- Questa edizione del Polverizzatore Thompson è stata pubblicata in versione ridotta, senza voti, per solidarietà verso Minzolini. Facci e fatti un favore Augu', la prossima volta non mandare in onda alcun servizio (come avevi già fatto peraltro), rischi di fare figura migliore.

venerdì 25 settembre 2009

Valdanito

Ci sono delle persone che nascono per fare qualcosa. Giocare a pallone e fare l'attaccante per esempio.
E se è vero che essere un attaccante puro vuol dire essere una punta, un centravanti, è anche vero che per essere una punta, di quelle vere, devi fare gol.
E per fare gol devi capire dove va il pallone in anticipo, specie sul tuo marcatore, senza bisogno di fare finte, cambi di direzione o quant'altro: la punta fa gol perché arriva prima. Punto.
Altrimenti gente che a malapena riesce a stoppare la palla e mai a saltare l'uomo - à la Inzaghi per intenderci - starebbe facendo tutt'altro mestiere, invece di buttarla dentro.

Detto questo, c'è una cosa che un difensore non può sopportare, e non parlo di tunnel, rulete, sombreri o doppi passi subiti, ma della frustrazione derivante dall'essere anticipati sotto porta, la tua porta, la porta che dovresti barricare.
E il fastidio, l'odio verso gli dei del pallone diventano massimi quando tutto questo accade in seguito ad un movimento che non ha un nome preciso, ma si può riassumere nella capacità che il numero 9 - quello di una volta - sente sua più dei coglioni: attaccare il primo palo.

E a me, che attaccante non sono, i gol che arrivano da questo taglio fantastico e candido insieme, questi gesti di meraviglioso dinamismo - magari dopo una mezza luna appena dentro l'area ad evitare il fuorigioco, prima di fiondarsi dal dischetto in direzione del fondo, perché sì, la palla arriverà lì - fanno riconciliare con 'sto sport che ci vogliono far odiare, perché sono gesti che non arrivano dopo briefing, businness plan, turn over, week end, salary cap e democratic party e transition strategy. Vengono così, come le canzoni, come i fiori. Come i sogni.

Signori, Hernan Crespo. Giù il cappello.

mercoledì 23 settembre 2009

Stick around!

Consiglio vivamente - soprattutto a chi non ha trovato niente di sconcertante nell'ennesimo atto, per l'occasione a reti unificate, del Berlusconi/Vespa show - di vedere l'intervista di David Letterman a Barack Obama (ieri sera). E magari pensare anche al senso di frustrazione immenso che ne consegue, una sorta di ansia da prestazione già passata in giudicato.

Niente che rimanga nella storia della tv, intendiamoci, ma se ti sintonizzi su Ballarò subito dopo (ospiti Fassino, Urso, Lupi, Di Pietro), rischi di morire ingoiato da una serie di mostri dalla gola mai secca armati di nullismo.

FERMO IMMAGINE: Letterman invita Obama a parlare della riforma più importante e spinosa del suo mandato, quella sulla sanità: "Presidente, cos'è che non capisco?"

lunedì 21 settembre 2009

Dei professionisti

Va bene che oramai ci pigliano per il culo tutti, va bene che al prossimo giro ci faranno probabilmente il culo pure a pallone, va bene che non v'invidieremo mai fish&chips però...niente, però un cazzo. Grandissimi Muse!

La beffa dei Muse alla Ventura
I componenti del gruppo ospite a «Quelli che il calcio» si sono scambiati i ruoli. La conduttrice non se ne accorge.

MILANO — Incredibile beffa dei Muse ieri pomeriggio ai danni di Simona Ventura. Il gruppo era ospite di «Quelli che il calcio» dove ha eseguito il brano in promozione dell’ultimo album. Se non che il trio inglese si è presentato a ruoli invertiti. Il cantante Bellamy alla batteria (eseguendo di proposito dei movimenti assurdi senza assolutamente andare a tempo visto che non è il suo mestiere), il batterista Howard nella parte del cantante e Wolstenholme (bassista) alla chitarra.

Naturalmente sul piano sonoro andava tutto bene visto che trattavasi di playback totale. La Ventura (e quel che è peggio gli autori) non si accorge di nulla e alla fine dell’esibizione è convinta di parlare con il cantante dei Muse (mentre in realtà è il batterista che continua imperterrito a mascherare il suo vero ruolo). Un gioco degli equivoci assolutamente esilarante e un infortunio non male per una «esperta» di musica come la Ventura.
(da www.corriere.it)