lunedì 23 gennaio 2012

Ci si salva con la malinconia

- Elicone: "Cesonia cara, Caligola è un sentimentale. Lo sanno tutti. E il sentimento è qualcosa che si paga. Ma ora, se permettete, vado a pranzo."

- Cesonia (in grande apprensione): "Una guardia l'ha visto passare ma tutta Roma vede Caligola dovunque. E Caligola non vede che l'ombra di Drusilla."

- Scipione: "Dimmi, Cesonia, l'amava fino a questo punto?"

- C: "Di più ragazzo mio. La desiderava."

- S: "In che modo strano lo dici."

- C: "Perché, vedi, se l'avesse solamente amata, la sua morte non avrebbe cambiato niente. Le malattie dell'anima non sono gravi. Ci si salva con la malinconia. Invece no, lui oggi sente i morsi della carne. Brucia tutto."

- S (indiscreto): "Ma desiderava anche te."

- C: "Questo non ti riguarda." (pausa) "Sì, mi desidera. E' vero. Però non m'ama."

- S (timidamente): "Non capisco."

- C (stanca): "Io sì. Vuol dire che mi domanda solo il piacere. Ma è desiderio questo? Un giorno vedrai che si può amare spesso, ma mai desiderare più di una volta."


(da Caligola - Albert Camus, 1941)

giovedì 29 dicembre 2011

Un fiore in Bocca può servire sai

In effetti non è che il personaggio fosse da niente. Così vanno bene le critiche a quella sorta di incoerenza che non si sa mai quando devi dal "solo i cretini non cambiano mai idea".
Basta però che non me lo si faccia passare solo come un "alfiere dell'antiberlusconismo", visto che nei 74 anni precedenti erano già successe un paio di cosette. Accompagnate da milioni di parole scritte e poi dattiloscritte.

In ogni caso mi guardo bene da un'analisi sul personaggio, primo perché sono febbricitante e con la goduria della tosse secca trasformatasi in catarro da sputare, secondo perché non ne sarei in grado. E anzi, invertite pure i punti.
Certo, quando capitava sottomano un numero dell'Espresso, non mi lasciavo sfuggire mai L'antitaliano che, in definitiva, lasciava sempre qualcosa, pur con il livore che d'improvviso s'impadronisce dei vecchi.

Mancano i libri, lo confesso, con la scusa classica del "perché dovrei leggere Bocca se mi manca ancora Moby Dick".
Allora, amando alla follia i treni superlenti e pur non avendo mai provato l'ebrezza della cuccetta eclusivamente per mere ragioni economiche, ho cambiato idea stamattina, leggendo una citazione nell'articolo di Severgnini sul Corriere:

“Il brutto più brutto delle città lo si vede da un vagone letto, quando l’inserviente vi porta il caffè che sa di cicoria, fuori piove e il treno procede tra scambi e semafori per il retrobottega sudicio della città, quello che non appare dalle strade, ballatoi stipati di robe vecchie, coperti di teli di plastica, le pareti annerite, scrostate, le finestre opache a due metri dai binari, e dietro, invisibile, un’umanità logorata dai rumori rotolanti, dai sibili, da lugubri sirene, già stanca appena sveglia, in canottiera e vestaglia.”

martedì 6 dicembre 2011

Confessioni

Ci sono momenti in cui mi chiedo se il vedere qualcosa che vorrei non esistesse, in realtà contribuisca a far sì che quella cosa continui ad esistere. E probabilmente a proliferare.

Roba di calcoli statistici su accessi, uscite, frequenze di rimbalzo, tempo sul sito, sulla pagina e via dicendo.

Insomma, sono uno dei motivi per cui il Tgcom (direttore, ricordiamolo, Paolo Liguori), tra un paio di tette, una crisi economica, un culo e un efferato omicidio per gelosia, non ancora chiude i battenti:

La Tommasi spiega la sua scelta
Nella campagna contro il signoraggio bancario di Alfonso Luigi Marra sta mettendo tutta sé stessa. Prestando il proprio corpo per la causa. Sara Tommasi adesso è pronta anche a scendere in politica. Col sostegno del nuovo fidanzato, il conte Alessandro Verga Ruffoni Menon.

venerdì 2 dicembre 2011

Ve ne importa?

Ieri sera, prima dell'ennesima prova di solida maturità del Lokomotiv (pur priva del Mahatma Gandhi del calcio a 5) nella depressione carsica di Largo Preneste, ho ascoltato più volte Little yellow spider (in Niño Rojo - Devendra Banhart, 2004), giusto per tenermi buoni il signor Sole del mattino e la signora Luna solitaria.

Anche se mi sto rendendo conto che le righe qui sopra siano in realtà solo una scusa per dirvi con cosa ho iniziato la mattina, dopo colazione e cacca Samantinifera nel terriccio umido di pioggia dei giardini Nuccitelli-Persiani:
"but you don't really care for music, do you?"

martedì 22 novembre 2011

Proprio come una ragazzina

[preferireste dimenticare o ricordare per sempre?]

E' facile che la quercia sia ancora lì in quel giardino di Long Island. Insieme ad un baule infinito di altre cose.
Quarantasei anni fa, sotto quell'albero e senza dirlo a nessuno, eccezion fatta per celebrante e due testimoni, si diedero appuntamento quelli che per l'anagrafe erano Shirley Marlin Noznisky e Robert Allen Zimmerman.
E si sposarono.
Quel 22 novembre però, Shirley era già diventata Sara (il suo primo marito, il fotografo Hans Lownds, per qualche misterioso motivo, le disse che non avrebbe mai sposato una ragazza di nome Shirley) e Robert Allen aveva da tempo digerito Dylan Thomas.

Il matrimonio tra Sara Lownds e Bob Dylan fu tenuto nascosto a tutti, compresa l'allora fiamma di Dylan, la modella Edie Sedgwick che, appena appresa la notizia dalla stampa, andò a cercare quello che sarebbe dovuto ancora essere il suo uomo o qualcosa di simile: “Cazzo Bob, potevi almeno dedicarmi una canzone!”.

Nei giorni seguenti, (s)fortunatamente per Edie, Dylan la compose davvero.
E dal suo cilindro senza fondo, tirò fuori una delle più belle canzoni d'amore mai scritte.

lunedì 7 novembre 2011

Lo scettro posticcio

“Il suo pensiero non conta nulla. Gli italiani sanno che è una supermiliardaria e non è che la gente si lasci irretire da questi satrapi ricchi e viziati."

(Il genio di Carlo Giovanardi, parlando di Madonna, la cantante, intendo.)


Non che avessi avuto mai avuto dubbi. Dal ' 94 fino ad oggi, dico.
Però, per onestà - e beninteso, per assurdo - ogni tanto mi chiedevo se in fondo non stessi sbagliando io, con tutto questo accanimento verso un ricco maleducato.

Ovvio che poi, dopo un breve e rapidissimo sunto di questi anni, tutte le mie idee tornassero al loro posto, anche perché ogni giorno che passava veniva aggiunta una chicca (che so, costruire casinò e campi da golf a Lampedusa) alle consuete smentite e bugie da seconda elementare (la nipote di Mubarak, la famiglia Tarantini in difficoltà), alla serie infinita di figure di merda internazionali (il kapò, le corna durante la foto ufficiale, "mr obaaaaaamaaaaaaaa!", il cucù, "le doti da latin-lover", il baciamano al Colonnello e via dicendo, ben riassunte, anche se non tutte, qui) e soprattutto, alla nullafacenza politica, eccezion fatta per le innumerevoli leggi e leggine che, non me ne vogliano i relatori (Cirami, Maccanico, Gasparri, Cirielli, Pecorella, Alfano) potrebbero tranquillamente prendere il nome del beneficiario (o "dell'utilizzatore finale", se preferite) con accanto un numero cardinale crescente, a partire dal 2, visto che la numero uno (e qui viene da rimpiangere Paperon de Paperoni), è datata 20 ottobre 1984. Anche se forse nessuno si aspettava che dall'A-Team, Drive-in e Magnum P.I. si sarebbe arrivati alla miseria di cui siamo testimoni.

Insomma, nonostante tutto questo, vi dirò che alla fine, sarà per umana pietà di cui non mi vergogno, mi dispiace quasi vedere l'ultima, ennesima imbarazzante conferenza stampa a Cannes, piena di ribaditi concetti da adolescente (i ristoranti pieni) e bugie da Pierino (non leggo i giornali) e soprattutto di mancanza di fiducia verso se stesso, quella che i venditori come lui (che "volevano fare l'Italia come il Milan") in primis dovrebbero avere. E invece no, non più.

Adesso la spavalderia lascia spazio alla faccia stanca e agli occhi che guardano il tavolo, alla penna in mano che non ispira più cerchi e sottolineature del nulla, ai movimenti nervosi delle mani (sudate, ci scommetto) di chi non ha studiato, di chi non ha mai studiato, o meglio, ha letto l'introduzione, la quarta di copertina e le ripete da vent'anni. Al massimo cambiando l'ordine dei fattori. La proprietà commutativa.
E dev'essere davvero brutto ritrovarsi con la faccia di culo ormai definitivamente coperta da capelli finti e cerone di fronte ad una platea che ti pone domande. Senza che tu possa permetterti di (non) rispondere mimando un mitra che spara.

Pietà dicevo, come si fa a non provarla per un uomo abbandonato persino da Gabriella Carlucci?

domenica 30 ottobre 2011

So boni tutti

La notizia della settimana è sicuramente la presa di posizione di Keira Knightley sulla chirurgia estetica:
"No ai ritocchi, accettate il vostro corpo".

Soprattutto se sei una fregna, aggiungo io.

mercoledì 19 ottobre 2011

Incazzatos

Più o meno con la cadenza in cui la costellazione di Venere si allinea con le lune di Mercurio (ora, non cercate di sputtanarmi: è un'evidente supecazzola, tipo se vi dicessi delle parole come vicesindaco), decido di pulire la scrivania.

E come già successe tempo fa (con Lee Masters, post del 24 maggio 2010) ecco che tra un biglietto dell'autobus obliterato il 24 gennaio, tre accendini scarichi, un paio di etti di polvere, 5 puntine da disegno senza punte, biglietti da visita maltrattati di persone ormai sconosciute, innumerevoli monete da uno e due centesimi, plettri creduti perduti, appunti di cose da fare e cercare ovviamente mai fatte né cercate, batterie esaurite, bottiglia di Amarone di Bertani (vendemmia 2000, ahimè, vuota e digerita), vari mini contenitori/scatole/boccette che pensavo potessero servire e che non sono serviti ma che penso tuttora potranno servire in seguito, scontrini di colazioni nei bar, chiavi di serrature scomparse e via dicendo, è comparso anche un foglio che in realtà non ricordavo neanche di aver conservato.

Anzi, a questo punto ringrazio ufficialmente chi, tra gli innumerevoli ospiti della stanza verde oliva, lo ha dimenticato insieme a perizomi, peli e calzini sporchi:

Canzone dei rischi che si corrono
di Giovanni Raboni

Un'ossessione? Certo che lo è. 
Come potrebbe non ossessionarci 
la continua reiterazione 
degli stereotipi più osceni, 
l'alluvione di falsità e soprusi, 
la suprema pornografia 
dell'astuzia fatta oggetto di culto, 
della prepotenza fatta valore, 
della spudoratezza fatta icona? 
Andiamo a dormire pensandoci, 
ci svegliamo con questo fiele in bocca 
e c'è chi ha il coraggio di chiederci 
d'essere più pacati e costruttivi 
d'avere più distacco, più ironia... 
Sia detto, amici, una volta per tutte: 
a correre rischi non è soltanto 
la credibilità della nazione 
o l'incerta, dubitabile essenza 
che chiamiamo democrazia, 
qui in gioco c'è la storia che ci resta, 
il poco che manca da qui alla morte.

venerdì 30 settembre 2011

Prospettive

- Riccardo: "...uno arriva e ti chiede: cioè, tu che cazzo fai nella vita?"
- Roberto: "Io faccio tutto il giorno dopo."

martedì 27 settembre 2011

Ciao Rogggge'

Il fatto è che prima di tutto il resto, è quel minuto e trenta ad essere un capolavoro. Allora succede che per la milionesima volta nella vita mi ritrovo ad ascoltarlo e a spegnere la macchina sotto casa tenendo premuto il rewind dell'autoradio per rinnovare la magia.
Poi succede che non riesco a far lo stesso con gli ululati finali prima del vento, perché dopo

"And did you exchange
a walk on part in the war for a lead role in a cage?",


decido di aprire la portiera. Per andare a ricordarsi il sogno.

venerdì 16 settembre 2011

Fino al novantesimo

So già che qualcuno potrebbe obiettare e sostenere la candidatura di "aiutavo una famiglia in difficoltà" pronunciata, anzi, addirittura scritta di proprio pugno dal sempre più immaginifico mister B., invece, per il titolare della Festicciola (nonché unico giudice del concorso), la frase dell'estate è stata pronunciata il 14 agosto sulle gradinate dello Stadio Adriatico di Viale Pepe, quando il pareggio/doppietta di Insigne al 94' (che avrebbe portato i biancazzurri ai supplementari - min 0:55 - e successivamente ad un'infinita serie di rigori terminata 11-12) faceva capire ad un tipo sulla cinquantina - pantaloncino, infradito e petto nudo - e a noi tutti, peraltro vestiti allo stesso modo più o meno dieci gradini più su, che la cena in programma avrebbe subito quantomeno un clamoroso ritardo:

"Essé, a zumbat' le rusctelle!" 

martedì 9 agosto 2011

Al Bano suona il 14

Va beh, è lunedì. E nonostante l'agosto si torna presto. Non varrebbe la pena scriverne qualcosa. Tolto il liscio durante la rostella in piazza. A Cappelle sul Tavo.

Poi, verso casa, in una golf anni 80 (da cui, ricordiamo, non si esce vivi) suona Dente. Subito dopo un Cynar a chiudere. Allora lo butto qui (l'amaro vero ma leggero):

Ho messo le mani in tasca
ed ho sputato sulla tavola,
buon appetito amore mio.

venerdì 29 luglio 2011

La foto in una berretta

Si va. E mi vedo così, D'ä mê riva (in Crêuza de mä - Fabrizio De André, 1984).
Che dedico alle partenze e alle perdite, ai malumori e gli stomaci chiusi, ai letti insonni e ai messaggi notturni, ai peli e alle lingue, alla città sconosciute e ai vicoli amici, alle case vuote e alle stanze piene e semibuie, alle bottiglie ancora da aprire e alle sedie sui muri, alle strade in discesa sulle finestre dai cuori aperti, ai piedi bagnati e ai culi sudati, alle madri coraggiose e ai padri bambini, alle schiene alate, alle corde sfiorate e le canzoni sussurrate, ai brutti ciccioni, a chi cade e si rialza, ai bicchieri nelle vie, ai mobili impolverati, alla Biancazzurra e alla Brizzolata, ai nasi umidi, alle matite spuntate, alle foto mai scattate, ai tempi mai fermati.
A chi si sente perso e solo. Senza esserlo davvero mai. Già.


DALLA MIA RIVA

Dalla mia riva
solo il tuo fazzoletto chiaro
dalla mia riva
nella mia vita
il tuo sorriso amaro
nella mia vita
mi perdonerai il magone
ma ti penso contro sole
e so bene stai guardando il mare
un po' più al largo del dolore
e son qui affacciato
a questo baule da marinaio
e son qui a guardare
tre camicie di velluto
due coperte e il mandolino
e un calamaio di legno duro
e in una berretta nera
la tua foto da ragazza
per poter baciare ancora Genova
sulla tua bocca in naftalina.

lunedì 25 luglio 2011

Il punto di vista di dio

A seguito della tragedia norvegese, in uno sconcertante editoriale apparso domenica sulle pagine de Il Giornale, Magdi Cristiano Allam sostiene (male, a dir la verità) che "multiculturalismo e razzismo sono di fatto due facce della stessa medaglia".

Ora, a prescindere dall'aggravante di leggere queste cose sul quotidiano di proprietà del Presidente del Consiglio e non su di un foglio gratuito di propaganda estremista regalato fuori dalle università, c'è davvero da tirarsi pizzicotti (o cazzotti) per svegliarsi. Peccato di non stare realmente dormendo.

Leggere l'opposto di quello che l'uomo (o almeno quelli in cui la parte umana ha superato quella animalesca) ha iniziato a capire più o meno dall'invenzione delle navi o più semplicemente dall'idea del viaggio, mette addosso uno sconforto senza eguali:
va bene che lo specchio di chi dovrebbe dare il buon esempio è rotto da tempo, ma insomma, credevo che nessuno (tra i non animali di cui sopra) potesse mettere in discussione il fatto che è proprio nelle società monoculturali e chiuse che si sviluppano i più beceri germi del razzismo e dell'intolleranza.

Forse Allam non è mai stato in un asilo ultimamente, non ha amici con frugoletti piccoli che si lanciano aerei di carta con altri bimbi dai nomi impronunciabili, figli di mammaepapà cinesi/senegalesi/nigeriani/iraniani/albanesi/quellochevipare che parlano romano quasi meglio di Mario Brega.

Forse Allam non sa leggere la speranza nei gesti che sono all'ordine del giorno, come quello di Nura (l'ultimo di cui si ha notizia), ragazza pakistana che a Bologna ha tentato di uccidersi per fuggire da un matrimonio combinato.

Forse Allam non sa che sarebbe rimasto al Cairo se gli altri non "avessero anteposto l'amore per il prossimo alla salvaguardia dei legittimi interessi nazionali della popolazione autoctona".

Forse Allam, nell'incapacità di accettare la persona che è - come tutte - diversa da lui, non capisce di essere lui stesso un fondamentalista.

Forse Allam (è l'unica soluzione che mi viene in mente) ha comprato la laurea in sociologia: parla di multiculturalismo ma non sa manco cos'è.

E a quelli che portano il nome di tutti i battesimi non può venire altro che da piangere.

mercoledì 20 luglio 2011

Sono cose che dispiacciono, nella vita si può anche morire...

La crisi, in fondo, era stata drammatizzata dai media e soprattutto era “alle nostre spalle, per fortuna, l’Italia ne sta uscendo meglio di altri in Europa.” E poi cavolo, maledetti voi porta sfortuna, ottimisti bisogna essere, comprare, comprare anche senza soldi, così si rilancia un paese!

Non è che ci avessimo creduto, intendiamoci. Però, dicevano così questi mascalzoni.
Adesso, invece, il paragone è il Titanic. Con le scialuppe che non bastano. Anzi, bastano per loro.

Così, nel cazzeggio di letto notturno, ripenso a Gian Maria Volonté, meraviglioso rivoluzionario pentito che si trasforma in bandito. Per poi pentirsi di nuovo: 

“E tu non comprare pane con questo dinero! Hombre... compra dinamite! Dinamite!”
(Quien Sabe? - Damiano Damiani, 1976)

martedì 12 luglio 2011

Come quando gli uccelli se ne migrano

Caldo. E culo sudato. Suonano gli Smiths nel giallo della tenda. Samantina cerca terra e lingua in fresco. Poco fa c’era Jessica Biel, che ve lo dico a fare. No, non ho cambiato le lenzuola per lei, stamattina. Forse per la chitarra, ormai sempre più sola, insieme. La voglia. In mezzo a tante. Spaghetti col pomodoro fresco a pranzo. L’A-team di sottofondo, il film dico. Non male, così su due piedi. O su tre. Ero nudo? Chissà. Comunque ecco spiegata la presenza di Jessica Biel. Per il film, dico. Anche se l’essere senza vestiti avrebbe il suo senso. Di più. Parchetto deserto, solo balle di fieno a rotolare. Pare che il 5 luglio ci sia stata un’assemblea dei possessori di cani. I cani ascoltavano. Io non c’ero ma lo so. E la palla pelosa che un giorno girerà per casa si chiamerà Cane, Peter Falk capirà. “A San Lorenzo se dice che pe fregà du fratelli ce vojono du fiji de ‘na mignotta”, grazie Paolo, mi mancava. Mazzinghi, Klitschko, Spinks, Proietti (di Testaccio), Venturi (Enrico e Vittorio, di San Lorenzo). Ecco spiegato il “se dice”. Back to the old house. E che cazzo, mo li tolgo sti Smiths. Anche se il dito andrà su qualcosa di peggiore. “La verità non è sempre rivoluzionaria”, si diceva ieri sera, o meglio, lo dicevano a Lino Ventura nei panni dell’ispettore Rogas. Boh. A stento riesco a leggermi, figuriamoci la rivoluzione. Al limite la verità. Si dorme male. La temperatura come scusa. Sempre un discorso valido nei bar. Portatemi fuori allora. Va bene, quella birra non è pastorizzata. Sì, t’impegni e sul serio, davvero, mi dispiace non volerti sentire. Dammi solo quella cazzo di birra. Ah, ho passato il dito, Tom Waits.

lunedì 27 giugno 2011

Era meglio, altrove?

Se gli avesse detto "vieni" l'avrebbe seguita, dimenticandosi di tutto il male che gli aveva fatto. Sì, l'avrebbe perdonata. Si può odiare continuando ad amare. Era una cosa che non aveva mai capito, che non avrebbe capito mai.


Izzo è disarmante.
Come la disperazione che ti ficca dentro. Senza difese, come nei sogni. Né riscatto. Che non sia la speranza di un amore già finito.

E' terminato con Il sole dei morenti (Jean-Claude Izzo, 1999) il mio tipico periodo di blocco del lettore. Con un pianto trattenuto a stento seduto al 21A. Finestrino.

Con l'oceano stampato fisso negli occhi e il ricordo della risacca a rimboccare le coperte (con le ultime spiagge). Funziona così con Izzo. Almeno nelle parentesi di vita in cui si vorrebbe scrivere come lui. Con i dubbi sputati fuori da sentenze. E la sicurezza del ritrovarsi. Perduti. Sempre. Nel sentirsi dire cose che non si sapeva di sapere. Allora zitti.

Non rimane altro che prendere la matita mangiucchiata tra le labbra e sottolineare. Tipo l'ideale risposta al post di qualche tempo fa:

"Sai, la felicità ti fa sentire a casa."

Leggetelo.

domenica 19 giugno 2011

L'idea dell'amore

Certe donne non lasciano intendere se si interessano all'amore. Altre, invece, lo portano scritto sul viso.

(da L'uomo che amava le donne - Francois Truffaut, 1977)

Non è proprio la giornata giusta per scrivere recensioni, cioè, in realtà lo sarebbe. O almeno una volta era così. Ma non è che sia tutto così chiaro. Forse il momento giusto era ieri notte, pedalando attraverso posti che non ritroverò mai (è la bellezza dell'essere "bussola", d'altronde) e neanche mezza stella a punzecchiare il blu plumbeo del soffitto.

Senza contare poi che l'ho visto oggi pomeriggio su di un lenzuolo bollente già al quarto minuto, mica potevo scriverne un giorno prima.

Così mi basta dire che manca davvero tanto qualcuno capace di soffiare con così intima leggerezza.

Altro che 3d, thx, dolby digital surround EX, motion capture, full hd e amenità varie.

Insomma, se vi manca ancora, vedetelo.

martedì 7 giugno 2011

Voglio annegare

I passi delle onde che danzavano sul mare a piedi nudi
come un sogno di follie venduto all'asta

(Sfiorivano le viole - Rino Gaetano, 1976)


Mare, esterno giorno. Dopo aver recuperato da una serata particolarmente impegnativa, il giovane Cirello esordisce in spiaggia con un pallone da gonfiare sotto braccio.

- Ciz (facendo ciao da venti metri sulla sinistra): “Ciiiiiiiiiiiii!”

- Cirello (appena raggiunta, con i piedi gaudenti): “Ciao Ciz!”

[smack]

- Ciz (in sollievo): “Che fai?”
 
- Cirello (in astinenza): “E’ il mio primo giorno di mare serio.”

- Ciz (che di mare - e di me - ne sa): “Va bene, vai.”

Proseguendo verso est, adocchio quattro manzi pallidi sulla riva, in particolare il Barone e il Tenente che si scambiano palla di prima. Allora saluto al volo le lucertole e poggio tutto rapido sotto la 3b, mi involo, invoco palla e chiedo triangolo a La Signora che lo chiude preciso sul mio sinistro in corsa a giro con tuffo incorporato, troppo morbido per impensierire seriamente Chiodo, appostato dieci metri dentro l’acqua, che si allunga sulla destra e respinge facilmente.

E insomma, dopo un po’ di silenzio e visto che nel mondo non sta succedendo niente, mi sembrava una notizia interessante.

giovedì 12 maggio 2011

La ragione del viaggio

"Sono un uomo nuovo quando faccio ritorno a casa."
Jack Kerouac - Angeli di Desolazione, 1965

Dal nulla, a bordo della brizzolata in versione jazz, il capo della tribù dei nasi giganti buttò lì una domandina semplice semplice: “Dov’è che vi sentite a casa?”.
Stanco da tutto, diedi sì e no una mezza risposta senza costrutto alcuno e sono certo che anche dopo queste righe rimarrò con la faccia di chi cerca una fontanella zampillante acqua fresca fuori da un gelataio. Cosa che in un mondo perfetto dovrebbe esserci sempre. Ma sto tergiversando, per dirla con Pizzul.

Il fatto è che qualche tempo fa, mi sono sentito a casa sull’asse attrezzato (mica una tangenziale qualsiasi), quando, cantando (leggete: urlando semi ubriachi) Dillo alla luna (tra l'altro, mi sto convincendo sempre più che i capolavori si fanno con tre accordi) con un po’ degli amici di sempre, si è palesata la torre del comune accarezzata dal tramonto. E il fiume subito sotto. In attesa del mare.
Quindi, mi chiedo: la casa è dove si è cresciuti? Allora perché voglio sempre andar via da lì?

Cioè, per dire, l’altro giorno ho provato la medesima sensazione sul treno che da Jerez mi riportava verso la casa di quel periodo, con l’alba stavolta, al solito sempre diversa, che tagliava i vetri poggiandosi morbida su palpebre pesanti come quelle incudini che finivano in testa al maldestro Willy il coyote.

Così mi son detto che probabilmente una casa non c’è, non esiste. Mai. O sempre. Ed è quella verso cui si sta tornando. E che se non c’è viaggio non c’è casa. Perché non c’è ritorno. Come cantano sempre i vecchi bluesman. Sì, la vita è un lancinante blues.

In ogni caso, attendo di diventare grande, così capirò tutto.