venerdì 29 luglio 2011

La foto in una berretta

Si va. E mi vedo così, D'ä mê riva (in Crêuza de mä - Fabrizio De André, 1984).
Che dedico alle partenze e alle perdite, ai malumori e gli stomaci chiusi, ai letti insonni e ai messaggi notturni, ai peli e alle lingue, alla città sconosciute e ai vicoli amici, alle case vuote e alle stanze piene e semibuie, alle bottiglie ancora da aprire e alle sedie sui muri, alle strade in discesa sulle finestre dai cuori aperti, ai piedi bagnati e ai culi sudati, alle madri coraggiose e ai padri bambini, alle schiene alate, alle corde sfiorate e le canzoni sussurrate, ai brutti ciccioni, a chi cade e si rialza, ai bicchieri nelle vie, ai mobili impolverati, alla Biancazzurra e alla Brizzolata, ai nasi umidi, alle matite spuntate, alle foto mai scattate, ai tempi mai fermati.
A chi si sente perso e solo. Senza esserlo davvero mai. Già.


DALLA MIA RIVA

Dalla mia riva
solo il tuo fazzoletto chiaro
dalla mia riva
nella mia vita
il tuo sorriso amaro
nella mia vita
mi perdonerai il magone
ma ti penso contro sole
e so bene stai guardando il mare
un po' più al largo del dolore
e son qui affacciato
a questo baule da marinaio
e son qui a guardare
tre camicie di velluto
due coperte e il mandolino
e un calamaio di legno duro
e in una berretta nera
la tua foto da ragazza
per poter baciare ancora Genova
sulla tua bocca in naftalina.

lunedì 25 luglio 2011

Il punto di vista di dio

A seguito della tragedia norvegese, in uno sconcertante editoriale apparso domenica sulle pagine de Il Giornale, Magdi Cristiano Allam sostiene (male, a dir la verità) che "multiculturalismo e razzismo sono di fatto due facce della stessa medaglia".

Ora, a prescindere dall'aggravante di leggere queste cose sul quotidiano di proprietà del Presidente del Consiglio e non su di un foglio gratuito di propaganda estremista regalato fuori dalle università, c'è davvero da tirarsi pizzicotti (o cazzotti) per svegliarsi. Peccato di non stare realmente dormendo.

Leggere l'opposto di quello che l'uomo (o almeno quelli in cui la parte umana ha superato quella animalesca) ha iniziato a capire più o meno dall'invenzione delle navi o più semplicemente dall'idea del viaggio, mette addosso uno sconforto senza eguali:
va bene che lo specchio di chi dovrebbe dare il buon esempio è rotto da tempo, ma insomma, credevo che nessuno (tra i non animali di cui sopra) potesse mettere in discussione il fatto che è proprio nelle società monoculturali e chiuse che si sviluppano i più beceri germi del razzismo e dell'intolleranza.

Forse Allam non è mai stato in un asilo ultimamente, non ha amici con frugoletti piccoli che si lanciano aerei di carta con altri bimbi dai nomi impronunciabili, figli di mammaepapà cinesi/senegalesi/nigeriani/iraniani/albanesi/quellochevipare che parlano romano quasi meglio di Mario Brega.

Forse Allam non sa leggere la speranza nei gesti che sono all'ordine del giorno, come quello di Nura (l'ultimo di cui si ha notizia), ragazza pakistana che a Bologna ha tentato di uccidersi per fuggire da un matrimonio combinato.

Forse Allam non sa che sarebbe rimasto al Cairo se gli altri non "avessero anteposto l'amore per il prossimo alla salvaguardia dei legittimi interessi nazionali della popolazione autoctona".

Forse Allam, nell'incapacità di accettare la persona che è - come tutte - diversa da lui, non capisce di essere lui stesso un fondamentalista.

Forse Allam (è l'unica soluzione che mi viene in mente) ha comprato la laurea in sociologia: parla di multiculturalismo ma non sa manco cos'è.

E a quelli che portano il nome di tutti i battesimi non può venire altro che da piangere.

mercoledì 20 luglio 2011

Sono cose che dispiacciono, nella vita si può anche morire...

La crisi, in fondo, era stata drammatizzata dai media e soprattutto era “alle nostre spalle, per fortuna, l’Italia ne sta uscendo meglio di altri in Europa.” E poi cavolo, maledetti voi porta sfortuna, ottimisti bisogna essere, comprare, comprare anche senza soldi, così si rilancia un paese!

Non è che ci avessimo creduto, intendiamoci. Però, dicevano così questi mascalzoni.
Adesso, invece, il paragone è il Titanic. Con le scialuppe che non bastano. Anzi, bastano per loro.

Così, nel cazzeggio di letto notturno, ripenso a Gian Maria Volonté, meraviglioso rivoluzionario pentito che si trasforma in bandito. Per poi pentirsi di nuovo: 

“E tu non comprare pane con questo dinero! Hombre... compra dinamite! Dinamite!”
(Quien Sabe? - Damiano Damiani, 1976)

martedì 12 luglio 2011

Come quando gli uccelli se ne migrano

Caldo. E culo sudato. Suonano gli Smiths nel giallo della tenda. Samantina cerca terra e lingua in fresco. Poco fa c’era Jessica Biel, che ve lo dico a fare. No, non ho cambiato le lenzuola per lei, stamattina. Forse per la chitarra, ormai sempre più sola, insieme. La voglia. In mezzo a tante. Spaghetti col pomodoro fresco a pranzo. L’A-team di sottofondo, il film dico. Non male, così su due piedi. O su tre. Ero nudo? Chissà. Comunque ecco spiegata la presenza di Jessica Biel. Per il film, dico. Anche se l’essere senza vestiti avrebbe il suo senso. Di più. Parchetto deserto, solo balle di fieno a rotolare. Pare che il 5 luglio ci sia stata un’assemblea dei possessori di cani. I cani ascoltavano. Io non c’ero ma lo so. E la palla pelosa che un giorno girerà per casa si chiamerà Cane, Peter Falk capirà. “A San Lorenzo se dice che pe fregà du fratelli ce vojono du fiji de ‘na mignotta”, grazie Paolo, mi mancava. Mazzinghi, Klitschko, Spinks, Proietti (di Testaccio), Venturi (Enrico e Vittorio, di San Lorenzo). Ecco spiegato il “se dice”. Back to the old house. E che cazzo, mo li tolgo sti Smiths. Anche se il dito andrà su qualcosa di peggiore. “La verità non è sempre rivoluzionaria”, si diceva ieri sera, o meglio, lo dicevano a Lino Ventura nei panni dell’ispettore Rogas. Boh. A stento riesco a leggermi, figuriamoci la rivoluzione. Al limite la verità. Si dorme male. La temperatura come scusa. Sempre un discorso valido nei bar. Portatemi fuori allora. Va bene, quella birra non è pastorizzata. Sì, t’impegni e sul serio, davvero, mi dispiace non volerti sentire. Dammi solo quella cazzo di birra. Ah, ho passato il dito, Tom Waits.

lunedì 27 giugno 2011

Era meglio, altrove?

Se gli avesse detto "vieni" l'avrebbe seguita, dimenticandosi di tutto il male che gli aveva fatto. Sì, l'avrebbe perdonata. Si può odiare continuando ad amare. Era una cosa che non aveva mai capito, che non avrebbe capito mai.


Izzo è disarmante.
Come la disperazione che ti ficca dentro. Senza difese, come nei sogni. Né riscatto. Che non sia la speranza di un amore già finito.

E' terminato con Il sole dei morenti (Jean-Claude Izzo, 1999) il mio tipico periodo di blocco del lettore. Con un pianto trattenuto a stento seduto al 21A. Finestrino.

Con l'oceano stampato fisso negli occhi e il ricordo della risacca a rimboccare le coperte (con le ultime spiagge). Funziona così con Izzo. Almeno nelle parentesi di vita in cui si vorrebbe scrivere come lui. Con i dubbi sputati fuori da sentenze. E la sicurezza del ritrovarsi. Perduti. Sempre. Nel sentirsi dire cose che non si sapeva di sapere. Allora zitti.

Non rimane altro che prendere la matita mangiucchiata tra le labbra e sottolineare. Tipo l'ideale risposta al post di qualche tempo fa:

"Sai, la felicità ti fa sentire a casa."

Leggetelo.

domenica 19 giugno 2011

L'idea dell'amore

Certe donne non lasciano intendere se si interessano all'amore. Altre, invece, lo portano scritto sul viso.

(da L'uomo che amava le donne - Francois Truffaut, 1977)

Non è proprio la giornata giusta per scrivere recensioni, cioè, in realtà lo sarebbe. O almeno una volta era così. Ma non è che sia tutto così chiaro. Forse il momento giusto era ieri notte, pedalando attraverso posti che non ritroverò mai (è la bellezza dell'essere "bussola", d'altronde) e neanche mezza stella a punzecchiare il blu plumbeo del soffitto.

Senza contare poi che l'ho visto oggi pomeriggio su di un lenzuolo bollente già al quarto minuto, mica potevo scriverne un giorno prima.

Così mi basta dire che manca davvero tanto qualcuno capace di soffiare con così intima leggerezza.

Altro che 3d, thx, dolby digital surround EX, motion capture, full hd e amenità varie.

Insomma, se vi manca ancora, vedetelo.

martedì 7 giugno 2011

Voglio annegare

I passi delle onde che danzavano sul mare a piedi nudi
come un sogno di follie venduto all'asta

(Sfiorivano le viole - Rino Gaetano, 1976)


Mare, esterno giorno. Dopo aver recuperato da una serata particolarmente impegnativa, il giovane Cirello esordisce in spiaggia con un pallone da gonfiare sotto braccio.

- Ciz (facendo ciao da venti metri sulla sinistra): “Ciiiiiiiiiiiii!”

- Cirello (appena raggiunta, con i piedi gaudenti): “Ciao Ciz!”

[smack]

- Ciz (in sollievo): “Che fai?”
 
- Cirello (in astinenza): “E’ il mio primo giorno di mare serio.”

- Ciz (che di mare - e di me - ne sa): “Va bene, vai.”

Proseguendo verso est, adocchio quattro manzi pallidi sulla riva, in particolare il Barone e il Tenente che si scambiano palla di prima. Allora saluto al volo le lucertole e poggio tutto rapido sotto la 3b, mi involo, invoco palla e chiedo triangolo a La Signora che lo chiude preciso sul mio sinistro in corsa a giro con tuffo incorporato, troppo morbido per impensierire seriamente Chiodo, appostato dieci metri dentro l’acqua, che si allunga sulla destra e respinge facilmente.

E insomma, dopo un po’ di silenzio e visto che nel mondo non sta succedendo niente, mi sembrava una notizia interessante.

giovedì 12 maggio 2011

La ragione del viaggio

"Sono un uomo nuovo quando faccio ritorno a casa."
Jack Kerouac - Angeli di Desolazione, 1965

Dal nulla, a bordo della brizzolata in versione jazz, il capo della tribù dei nasi giganti buttò lì una domandina semplice semplice: “Dov’è che vi sentite a casa?”.
Stanco da tutto, diedi sì e no una mezza risposta senza costrutto alcuno e sono certo che anche dopo queste righe rimarrò con la faccia di chi cerca una fontanella zampillante acqua fresca fuori da un gelataio. Cosa che in un mondo perfetto dovrebbe esserci sempre. Ma sto tergiversando, per dirla con Pizzul.

Il fatto è che qualche tempo fa, mi sono sentito a casa sull’asse attrezzato (mica una tangenziale qualsiasi), quando, cantando (leggete: urlando semi ubriachi) Dillo alla luna (tra l'altro, mi sto convincendo sempre più che i capolavori si fanno con tre accordi) con un po’ degli amici di sempre, si è palesata la torre del comune accarezzata dal tramonto. E il fiume subito sotto. In attesa del mare.
Quindi, mi chiedo: la casa è dove si è cresciuti? Allora perché voglio sempre andar via da lì?

Cioè, per dire, l’altro giorno ho provato la medesima sensazione sul treno che da Jerez mi riportava verso la casa di quel periodo, con l’alba stavolta, al solito sempre diversa, che tagliava i vetri poggiandosi morbida su palpebre pesanti come quelle incudini che finivano in testa al maldestro Willy il coyote.

Così mi son detto che probabilmente una casa non c’è, non esiste. Mai. O sempre. Ed è quella verso cui si sta tornando. E che se non c’è viaggio non c’è casa. Perché non c’è ritorno. Come cantano sempre i vecchi bluesman. Sì, la vita è un lancinante blues.

In ogni caso, attendo di diventare grande, così capirò tutto.

sabato 30 aprile 2011

Previsioni

Ok, è una notizia vecchia. Quella della proposta di legge dell'onorevole (...) Carlucci per valutare l'imparzialità dei testi scolastici, dico. E non è che ci si voglia far del male a priori, però, in risposta a queste cialtronerie, la lettura del testo qui sotto riesce nel difficile compito di farti sentire orfano e meno solo insieme.

Gabriella Carlucci. Cioè, Gabriella Carlucci. Ma tu pensa.

Insomma, non chiedo siano tutti Pietro Calamandrei, però forse meritiamo qualcosa di meglio di un manipolo di labbra (diventate) gonfie acquistate dall'impresario. O di Mariastella "meritocrazia" Gelmini.

Era il 1950:

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.

Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. 

Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime... 

Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. 

E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico."

(Pietro Calamandrei, III Congresso a difesa della scuola pubblica - Roma, 11 febbraio 1950)

martedì 5 aprile 2011

Proprio lei

Al rientro dopo un vuoto informativo di due giorni, accendo il computer e vengo subito investito dalle miserie di cui l’uomo è capace. E fare un elenco al volo (dodicenne partorisce in gita, il papà è il padre; proposta l’abolizione dell’articolo che vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista; otto anni di abusi su di un disabile, tredici arresti; Caterina Balivo: “Se vince il Napoli farò uno strip, ma elegante”; Giappone: iodio radioattivo in mare 7,5 milioni di volte oltre la norma; marito uccide moglie incinta e mostra il cadavere via web al padre; Emanuele Filiberto sbarca all’isola dei famosi; padre spara alla figlia pugile: non combatterà più) lascia addosso una colata di melma sconsolata.

Poi però, leggo le liste della felicità (ne parlavo qualche post fa) scelte da Saviano tra quelle inviate dai lettori e mi soffermo sul punto 8 di tal Andrea C.: una cosa semplice semplice (come dovrebbe essere la felicità) che, se si è vissuta almeno una volta, scuote a mani basse le oche in letargo sulla pelle. E leggerla - tra l’altro scritta esattamente come avrei fatto io - è, al solito, un’iniezione di consapevolezza che fa spuntare dalla schiena un paio di gigantesche ali supplementari:

“Svegliarsi la mattina, aprire gli occhi e scoprire che lei, proprio lei, ti stava già guardando.”

venerdì 1 aprile 2011

Speriamo sia un pesce

Uno degli infiniti amanti della primavera, mi segnala questa nuova iniziativa del nostro Giovanni detto Gianni. Ossia un motivo in più per farci prendere per il culo dagli spagnoli tutti e da qualsiasi abitante di ogni altra - cosiddetta - grande città.
Dalle 23, in primavera, con le donnine appena svestite, non si potrà più bere in mezzo alla strada. Iniziò tutto con il bicchiere di plastica, perchè il vetro è pericoloso e la gente si prende a bottigliate. Ora manco più quello.
Dalle 23.
Cioè, in pratica mi impediscono di uscire a bere fuori da un locale quando ancora non sono arrivato al locale.
Dalle 23.
Non ci posso credere.
Così si fa a cazzotti dentro i locali. Però è pericoloso fare a cazzotti, ci si può far male. Allora la prossima ordinanza potrebbe essere il divieto totale di biveri ma poi, giustamente, uno sarà ancora più incazzato e teso, senza manco una birretta defatigante. E potrebbe diventare pericoloso. Allora si provvederà a tagliare mani e braccia per evitare scazzottate. Poi anche i piedi. Per finire con la testa (ché anche le teste rompono nasi). Finire. Appunto.
Ma tu pensa, chi l'avrebbe mai detto che mi sarebbe toccato rimpiangere gli americani e le loro bottiglie foderate da buste per il pane.
Daje Alema', ce l'hai quasi fatta. Poi però ti toccherà un processo per omicidio.


Roma, 1 aprile – L’alcol sta diventando il problema numero uno delle notti romane, come dimostra il pestaggio di un ventunenne a Campo de’ Fiori domenica scorsa. Il Campidoglio prende contromisure e rilancia l’ordinanza anti-alcol in versione “hard”, con regole più severe rispetto agli anni scorsi: stavolta lo stop non riguarda solo la vendita ma anche il consumo su aree pubbliche. In altri termini, dal 1° aprile fino al 30 giugno, movida sì ma sobria: chi si attacca alla bottiglia o alla lattina sulla pubblica via è passibile di multa.

Il sindaco Gianni Alemanno ha predisposto un’ordinanza, in vigore dal 1° aprile al 30 giugno, che impone, nelle zone di Roma dove si fanno le ore piccole, due divieti: per chi gestisce i locali, divieto di vendita e somministrazione di alcolici “per l’asporto o il consumo al di fuori del locale e delle relative superfici attrezzate, pubbliche o private, di pertinenza del locale medesimo”, dalle 23 fino alla chiusura degli esercizi.


Come detto, poi, per i clienti c’è il divieto di consumare alcolici “nelle strade pubbliche o aperte al pubblico transito”, dalle 23 alle 6 del mattino.


L’ordinanza indica nel dettaglio, strada per strada, le zone su cui si applica la nuova disciplina: centro storico, Trastevere, Testaccio, Monti, San Lorenzo-Tiburtina-piazza Bologna, Pigneto e Torpignattara, Ostiense-Circonvallazione Ostiense-Garbatella, Saxa Rubra-Prima Porta-Giustiniana, Ponte Milvio e Farnesina.


Il Sindaco ha trasmesso l’ordinanza al Prefetto con una lettera in cui chiede, per tutelare al meglio la sicurezza dei cittadini nelle ore della movida, il rilancio del coordinamento tra Campidoglio e forze dell’ordine e l’intensificazione dei controlli.

domenica 27 marzo 2011

Fammene un'altra

Come i bevitori di birra sanno bene, una volta aperto il rubinetto (nel senso di pisciare), la frequenza con cui tornerai al cesso aumenta esponenzialmente ad ogni successivo sorso.

E insomma, andarci più e più volte, permette di notare dettagli sfuggiti durante visite occasionali.
Tipo questa frase ineccepibile, nello stile e chiarezza d'esposizione, scritta a penna sul dispenser della carta igienica, da Sante, lì al Pratello.
E che non vedi l'ora di raccontare a chi ti aspetta assetato al bancone:

"Sto facendo uno stronzo bestiale."

martedì 22 marzo 2011

Misanderstending

Come ogni tanto accade, stamattina, a fine allenamento, mi sono un po' attardato a parlare con il re dell'aneddoto Paolo, di quando ci si ferma ore sul tubo a cercare vecchi incontri (le due sfide Monzon-Briscoe, in questo caso) nei nostri momenti di solitario delirio casalingo,

Questo per dire che, rientrato negli spogliatoi (dopo un - fortunatamente - infondato allarme acqua fredda), il pavimento era già pieno di panni saporiti, il sudore amalgamato al vapore delle docce e la conversazione, va da sè, entrata da tempo nel vivo:

- "...E mica l'ho capito che devono fa 'sti ammericani, prima dice arivamo, poi nun se ne fa niente..."

- "Si c'hanno messo becco, sicuro ce sta da magnà."
 

- "Eccerto, si nun ce sta da guadagnacce quarcosa, figurate se movono er culo."
 

- "La situazione è quella che è, però, fidate, comarsolito nun ce stanno a dì tutto."

E insomma, a breve mi sarei aspettato una battuta sul colonnello, sul baciamano o su "stibbastardidemmerda". Invece, proprio mentre stavo per inserirmi con una mia personalissima banalità, ecco che il dialogo si svelava nella sua vera essenza:

- "Eppoi dice che l'anno prossimo se ne va pure Mexes!"

mercoledì 16 marzo 2011

Ne vale la pena

Roberto Saviano lancia il sasso con la mano bene in vista e propone una delle sue liste, elenchi o come cavolo vi pare, che sì  (oltre ad aver già rotto le palle), lasciano il tempo che trovano ma in qualche modo costringono a misurarsi con una scelta particolarmente difficile in questi tempi, dove si fa a gara per accumulare o sostituire senza motivo cose che si hanno già.

Ora, tra qualche giorno, forse (o più probabilmente mai), indicherò le mie dieci cose per cui valga la pena vivere, o meglio, potrei aggiungerne nove, visto che quella che sto per dirvi è successa poco fa, entrando prepotentemente in una classifica che ancora non esiste:

- Avere un amico che chiama alle 19e20 e dice: "Mi faresti un favore? Siccome sto andando a cena con i colleghi di lavoro, potresti richiamarmi verso le nove e mezza per ricordarmi di non ubriacarmi?"

martedì 15 marzo 2011

In da club

Sarà che la cara Mau, al tempo, mi omaggiò della tessera n°1, però inizio ad aver voglia di un Club del giovedì, con il caro e vecchio branco di supergiovani e una buona scorta di bottiglie.

[Ora, so che non c'entra granché, però "buona scorta", nella mia testa malata, ha fatto venire in mente questo dialogo (da Rambo - Ted Kotcheff, 1982):

- Sceriffo Teasle: "E vorrebbe dirmi che duecento uomini contro il suo Marine sono nella posizione di non poter vincere?"
- Colonnello Trautman: "Se ci manda tanti uomini non dimentichi una cosa."
- Sceriffo Teasle: "Che cosa?"
- Trautman: "Una buona scorta di barelle."]


Poi ad esempio, si potrebbe dire che in una situazione del genere, al club non ci sarebbe tutta 'sta calma intorno a Dylan, a meno che non siano le 5 del mattino con un goccio di Lucano da finire e l'ultima cazzata da modellare.

Però Pino, Peppe, Joe Santiago per il grande pubblico e Johnny Cash (anzi, levate pure il cognome) per i tesserati, con quella faccia fuori dal tempo, suona pure meglio di Dylan.
Ora gli (ci) mancano solo dei testi come questo. Che poi altro non è che il pezzo con cui mi sono svegliato e che no, proprio non se ne va:


LOVE MINUS ZERO/NO LIMIT
 

My love she speaks like silence,
Without ideals or violence,
She doesn't have to say she's faithful,
Yet she's true, like ice, like fire.
People carry roses,
Make promises by the hours,
My love she laughs like the flowers,
Valentines can't buy her.

In the dime stores and bus stations,
People talk of situations,
Read books, repeat quotations,
Draw conclusions on the wall.
Some speak of the future,
My love she speaks softly,
She knows there's no success like failure
And that failure's no success at all.

The cloak and dagger dangles,
Madams light the candles.
In ceremonies of the horsemen,
Even the pawn must hold a grudge.
Statues made of match sticks,
Crumble into one another,
My love winks, she does not bother,
She knows too much to argue or to judge.

The bridge at midnight trembles,
The country doctor rambles,
Bankers' nieces seek perfection,
Expecting all the gifts that wise men bring.
The wind howls like a hammer,
The night blows cold and rainy,
My love she's like some raven
At my window with a broken wing.

lunedì 28 febbraio 2011

Piedi nudi

Gli occhi spalancati e fissi riflettevano passivamente il mare e il cielo. Tra poco tutti sarebbero tornati a casa a bere una tazza di tè in famiglia sulla tavola della sala da pranzo. Per il momento volevano vivere con il minimo di spesa, economizzare i gesti, le parole, i pensieri, fare il morto: non avevano che un solo giorno per cancellare le rughe, le zampe d'oca, le pieghe amare che fa il lavoro della settimana.
Un solo giorno. Si sentivano scorrere i minuti tra le dita, avrebbero avuto il tempo d'ammassare abbastanza giovinezza per ricominciare da capo lunedì mattina?
Respiravano a pieni polmoni perché l'aria del mare vivifica: soltanto i loro respiri, regolari e profondi come quelli dei dormienti, testimoniavano ancora della loro vita. Camminavo in punta dei piedi, non sapevo cosa fare del mio corpo duro e fresco in mezzo a questa folla tragica che si riposava.
Il mare adesso era color ardesia, saliva lentamente.

(da La nausea - Jean-Paul Sartre, 1938)

sabato 26 febbraio 2011

Con dovuta proprietà

Ché poi uno tende sempre a farsi un sacco di pippe (a parte l'utilità del senso letterale, dico) e pensare che no, anzi sì, forse una volta era così, però vedi com'è diverso, adesso. Col sole. La notte e il casino che passa sotto su Collins Avenue. I gatti neri con le zampe, la zampa, bianca. E il vodka martini. In the Easy Keysy.
Salvo poi arrivare sempre alla solita, falsa distratta fastidiosa e presuntuosa conclusione. Fossi almeno pago del mio gioco.

domenica 20 febbraio 2011

E' un'idea come un'altra

Un sacco di cose da dire senza voglia di farlo.
Non sapere come iniziare né come finire.
Un vicolo cieco con uno specchio appeso in fondo.
Con gli infradito pronti.
Sempre più draghi.
Sempre meno principesse.

giovedì 3 febbraio 2011

Rilassante

- Charlie Brown: "Sai una cosa?"

- Lucy: "Cosa?"

- CB: "Sono giunto alla conclusione che non c'è niente di peggio del non essere amati..."

- L: "E lo smarrirsi nei boschi? Penso sia molto peggio!"

- CB: "Be', il paragone non mi sembra troppo calzante, e non sono sicuro che..."

- L: "Oh davvero? Lascia che te lo dimostri... (Lucy spinge Charlie Brown tra gli alberi) Ecco! Mettiti là per un po', in mezzo a quegli alberi, e capirai cosa intendo..."

(CB è immobile mentre arriva Linus)

- Linus: "Si può sapere cosa diavolo stai facendo lì?"

- CB: "Possono dire quello che vogliono, ma non c'è paragone... è assai peggio non essere amati che smarrirsi tra i boschi."

- Linus (andando via): "A volte penso che tu ti sia smarrito nei boschi da tutta una vita, Charlie Brown..."

- CB (ancora immobile): "Anzi, per la verità lo trovo piuttosto rilassante."

mercoledì 2 febbraio 2011

Punti di vista

Scartata questa, se mai metterò una foto sul comodino, sarà di Roberto Formigoni:

"Ma chi ha detto che ci sono state queste feste? Finora abbiamo sentito soltanto l'accusa."